Uzbekistan – Riflessioni del giorno 6.

SAMARCANDA

Per vivere l’esperienza antica della pigiatura dell’uva con i piedi basta venire qui: tutte le strade sono coperte da bacche di gelso, appiccicosissime, che sull’asfalto caldo rilasciano un forte odore di mosto.

Gli omini panciuti di terracotta, ricordo tipico dell’Uzbekistan, si chiamano Bobò, nonno.

Se avessimo avuto la prontezza di chiedere dei soldi per tutte le foto che ci hanno scattato in piazza Registan ci saremmo ripagati il viaggio.

I denti d’oro completano il decoro della moschea dorata.

San Daniele ha una tomba di 18 metri perché, secondo la leggenda, la santa creatura cresceva di mezzo pollice all’anno. Poi è passato di là lo zar e ha detto qualcosa tipo “E mo’ basta”. E da allora San Daniele non cresce più.

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È tutto cartapesta, stucco, maiolica e gesso.

Le donne alla guida sono poche. La guida dice che è perché guidano le auto più costose, ma mi pare una cazzata.

Se apri la tomba di Tamerlano succedono robe brutte terribili, tipo Indiana Jones e il tempio maledetto.

Il concetto uzbeco di conservazione dei beni culturali è un po’ labile per un italiano abituato a teche di vetro, allarmi, cordoni, transenne. Qui puoi lasciare ditate unte di grasso di montone su reperti storici dell’epoca di Amir Temur.

Il clacson in Uzbekistan è la prima cosa che ti insegnano a usare a scuola guida.

Lo stipendio medio è di circa 500€ al mese ma la sposa per il matrimonio indossa fino ad una decina di vestiti: un vestito di seta può costare 800€, un vestito a noleggio per una sera arriva ai 2000€. Per tutto il resto c’è Mastercard o il debito.

La sera del Ramadam, quando dopo il tramonto le strade si popolano di gente che si ritrova per mangiare insieme e pregare insieme, è un momento bellissimo. Ti verrebbe da autoinvitarti a casa di qualcuno.