Il mondo si è fermato.9

(…continua da qui..)

19.03.2020

Oggi per Emilia è l’ultimo giorno in terapia intensiva, ce l’ha confermato anche il medico sempre rilassato. Ci ha persino indicato quali indumenti mettere in valigia, che i pannolini li ha il reparto, non serve portarli.
Ma io ho sviluppato una santommasite preventiva e non ci voglio credere, un po’ perché basta una febbre o un dubbio medico a far posticipare la data e un po’ perché ho paura di cosa accadrà quando mollerò davvero il colpo, quando l’accumulo di adrenalina da ospedale inizierà a scarseggiare. Per questo ho bisogno di potare ogni rametto di emotività che fuoriesce dal perimetro consentito, di restare forte e solida fino a quando Emilia non sarà al sicuro. Fino a quando la mia famiglia non sarà al sicuro.

Però poi entro nella sua stanza e trovo appoggiato alla sponda del lettino un lenzuolo di quelli del reparto, con la scritta “Emilia” e tanti disegni fatti a penna ed evidenziatore dagli infermieri del TIPed e allora cacciare giù il magone diventa un’impresa. Parafrasando una frase che la dottoressa bionda ha detto ad Emilia ieri “Ci mancherai TIPed. Anzi, ci stai già mancando”.

Credo che lei sappia che oggi è particolarmente importante lasciare un buon ricordo: gioca a nascondersi con il lenzuolo, mima l’ape con il ditino, commenta i suoi libretti, emette dei suoni che non ci risultava avesse imparato e ci fanno venire il dubbio che da sedata abbia memorizzato dei dati.
Nel frattempo un’infermiera ci comunica che dovremo fare il tampone per il coronavirus, è richiesto per il passaggio in pediatria. Va fatto oggi. Ora. Vado prima io, mentre Max rimane con Emilia.
L’indicazione che mi hanno dato è quella di recarmi “alle tende”, una sorta di accampamento in stile terremotati che si trova due stabili più in là, tra l’ospedale e il resto del mondo. Alle tende non trovo nessuno, sembra di camminare nel set di un film post-apocalittico. Da una delle tende esce una persona con schermatura totale anti Covid19, che equivale a dire vestita all’incirca come gli scienziati che fanno gli esperimenti su E.T.
Mi manda al dipartimento “malattie infettive tropicali”, io entro ma non trovo nessuno, c’è una carrozzina in mezzo al corridoio. Inizia a prendermi una certa ansia, qui stiamo passando da E.T. a Shining.
Torno in strada e percorro il perimetro dell’edificio alla ricerca di un diverso ingresso. Quando inizio a distinguere qualche decina di persone raccolte nelle vicinanze di una porta capisco che ci sono.
Da fuori sembra la ricreazione delle superiori mischiata con l’attesa del banco degli affettati.
Si oltrepassa la porta, si prende il numero, si aspetta che il numero venga chiamato, ci si presenta con i propri documenti alla mano e si mantiene una consona distanza dal personale ospedaliero che, bardato con mascherine e occhiali protettivi, raccoglie i dati e le risposte ad alcune domande quali “Sta bene? Ha manifestazioni sintomatiche? Quali?”. Poi si torna all’esterno o ci si ferma nella stanza, sempre a debita distanza da tutti gli altri e nel dubbio passandosi le mani con il gel. Con me ci sono famiglie, un gruppo di lavoratori di un’azienda, una signora che dice di non sentire più i gusti.
Si cerca di stare sereni, si scambia qualche battuta ma il metro dagli altri lo si tiene abbondante. (Ho fatto due metri, lascio?)
Chiamo mia mamma per sdrammatizzare, per non pensare che se sono positiva poi non posso vedere Emilia e Max per almeno due settimane.
Il tampone per il coronavirus è rapido ma spiacevole: prima ti infilano un lunghissimo cotton fioc in gola e poi te ne infilano un altro nel naso, ruotandoli per bene per raccogliere la mucosa.
Max sostiene che a lui non ha dato alcun fastidio, che come per i prelievi dipende dalla mano dell’infermiera che trovi. Sarà.
Mentre mio marito si sottopone al tampone io passo l’ultima ora della giornata con Emilia, che nel frattempo è entrata in modalità vicina impicciona: si sporge dal lettino per sbirciare gli infermieri riuniti per il passaggio di consegne, cerca di richiamare l’attenzione di chi le passa accanto. Nel dubbio sorride a tutti.
Passa anche l’infermiere Igor che è di turno stanotte e “minaccia” di portarsi a casa la bimba. Sono sempre più convinta che il TIPed sarebbe un ottimo asilo nido se non fosse un reparto ospedaliero.
Noi torniamo a casa e prepariamo la valigia per Emilia. Che strano pensare che da domani non sarà più coperta solo dal pannolino. Che strano pensare che stiamo facendo un passo così grande verso l’uscita.
Vado a dormire sentendomi in colpa con gli altri genitori del TIPed, i cui figli non verranno trasferiti a breve in reparto.
Mi accoccolo accanto a Max. Per un po’ di tempo questa sarà l’ultima notte insieme.

20.03.2020


Aspettiamo quella telefonata per tutta la mattina.
Arriva alle 11.58, ci chiedono se riusciamo ad essere a Padova per le 14.30.
“Certo”, ma alla fine arriviamo comunque pochi minuti prima.
In reparto metà delle sedie è stata bloccata con del nastro adesivo per obbligare le persone a sedersi distanti. Gli orari di visita sono stati ulteriormente ridotti. Un’ora per i genitori dei bambini sedati (dalle 17 alle 18), tre ore per gli altri (dalle 15 alle 18). Se sei tra quelli che ancora lavorano non ce la fai.
Con noi ci sono anche i genitori di Ayan e di Emma, una bambina arrivata due giorni fa dall’ospedale di Mestre. Guardano i cartelli affissi, sospirano.

Gli infermieri ci dicono che è in corso un’emergenza ma che io posso entrare per stare con Emilia. Gli altri genitori restano fuori.
Emilia ha ancora attaccati elettrodi saturimetro e sondino, che però penzolano nel vuoto; anche l’accesso venoso è stato chiuso. E’ un polipetto libero, con una gran voglia di fare. Voglia di stare in braccio, di distribuire i suoi libretti al personale, di giocare, di cercare di lanciarsi giù dal lettino, di salutare e sorridere a tutti.
Passa un’ora, ad ogni passo nella nostra direzione penso “Ci siamo”. E invece no. Poi qualcuno ad alta voce comunica “Siamo pronti per spostare la bambina” e la bambina è Emilia.

Il tempo accelera di colpo. Mi dicono di prenderla in braccio e usciamo dal TIPed così, con Emilia avvolta in un lenzuolo, con una mascherina che le copre quasi tutta la faccia. Di adulti con la mascherina ne ho visti tantissimi, di bambini mai. Non faccio nemmeno in tempo a congedarmi dal personale, a ringraziare, che siamo già fuori. Nel trambusto prendo con me la rana di pelouche messa a disposizione dal reparto.
Raggiungiamo il lettino su ruote che è stato posizionato vicino all’ascensore e la avvolgono in una coperta blu. È allo stesso tempo una Madonna in processione e un naufrago scampato al mare.
Ci raggiunge Max, nello stesso identico punto in cui tutto ha avuto inizio un mese fa. Il punto in cui l’ho persa, inghiottita oltre la porta scorrevole.
Scendiamo in ascensore e procediamo nei corridoi dello stabile, portando in trionfo una bambina un po’ spaesata ma anche divertita dal giro su ruote.
Arriviamo nella nostra stanza e inizia una seconda processione di infermieri, medici, altro personale.
Mi chiedono che taglia di pannolini indossa Emilia. Il fatto che gli ospedali pubblici in Italia forniscano i pannolini mi sorprende sempre, da quando l’ho scoperto prima di partorire. E’ un pensiero delicato, che mette sullo stesso piano tutte le mamme e future mamme che entrano in ospedale, perché i pannolini sono una cosa cara rabbiosa. Migliaia di euro che getterai nel pattume prima di riuscire ad insegnare alla prole dov’è socialmente accettato defecare.
Max se ne va e la nostra bimba si addormenta come l’abbiamo sempre vista addormentarsi a casa: con la manina in bocca. Forse lo sente anche lei che le sta tornando l’odore buono dei bambini.
Arriva la cena di Emilia (la mia avrei dovuto prenotarla a pagamento e non l’ho fatto), poi ne arriva una seconda e l’inserviente che la porta mi autorizza “Ah, era già arrivata, la mangi pure Lei.”
La cena di Emilia è qualcosa che mi riporta allo svezzamento e alla parola pappa. Siamo tornati indietro nel tempo, a prima che scoprisse l’alimentazione da adulti.
La sveglio per mangiare, lei mangia veloce e di buon grado e poi vomita tutto. Lo stomaco sa cosa deve fare ma non è ancora pronto. Non importa.
Chiamo un’infermiera, la laviamo, le cambio i vestiti e finalmente le tolgono gli elettrodi.
Per fortuna Emilia resta serena e di buon umore. E’ molto sorpresa dal vedermi i capelli, li tocca, in effetti è da un mese che non li vede, che non mi vede i vestiti. Ci annusiamo, ci riscopriamo, ci coccoliamo.
Si addormenta ma vengono a prendere pressione, poi a misurare la febbre, poi a darle le medicine. Poi basta.
Mi preparo la branda, mi stendo e la guardo. Mi manca sempre un pezzo per essere felice. Ho Emilia, mi manca Max. Ho Max, mi manca Emilia. Mi manca l’intero che siamo noi tre insieme.

21.03.2020


Ho dormito male, svegliandomi quasi ogni ora. Fino a mezzanotte le infermiere sono passate in stanza per somministrare ad Emilia i medicinali via sondino e alle 6 si ricomincia.
Le staccano il saturimetro dal piede. Ora rimane solo la flebo di soluzione salina, che le impedisce di spostarsi dal lettino.
Beve il latte da sola dal bicchiere, allontanandomi la mano quando cerco di aiutarla. Telefono ai miei genitori, Emilia si intristisce perché i nonni non riescono a prendere i giochi che lei passa loro. Mi viene un po’ di magone, tronco la telefonata.
Emilia mangia un biscotto, poi ne mangia un altro metà. Resta dentro tutto. Si riaddormenta.
In corridoio si odono voci di bimbi. Un ragazzo canta “Mi vendo” di Renato Zero ad alta voce. Tommaso.
A pranzo Emilia non mangia quasi nulla, solo qualche cucchiaino di purè.
Arriva Max; dato che bisogna limitare gli ingressi in reparto ci siamo accordati per darci il cambio ogni 24 ore.
Vado a casa, pranzo, dormo due ore e mezza, ceno e mi metto a lavorare.
Alle 22.45 mi stendo a letto ma leggo su Facebook che a momenti ci sarà un nuovo comunicato di Conte. Aspetto, lui ritarda, continuo ad aspettare.
Arriva la notizia che era già nell’aria da un po’: chiuderanno tutte le produzioni e i servizi non necessari. Scrivo a Max, ma non ho capito per quanto tempo questo valga. Una settimana, due?
Cerco di dormire ma non ci riesco. Il cervello non si spegne. Inizio a pensare alla lettera che vorrei scrivere al personale del TIPed. Ascolto i rumori della casa. E’ il frigo questo? E questo scricchiolio cos’è? Rumori di assestamento? No, non paiono ladri.
Vorrei dormire ma non ci riesco, e mi sento dannatamente sola, spezzata, incompleta. Mi alzo, vado in bagno, bevo un bicchiere d’acqua, torno a letto, mi masturbo, mi rannicchio. Dormo.

22.03.2020

Mi sveglio alle sette, con sei ore di sonno sulle spalle.
Sei ore di sonno per il mio organismo vuol dire larva, vuol dire “non parlarmi tanto è inutile”.
Resto a letto e guardo video pucciosi in sequenza: futuri papà che scoprono di essere tali, futuri nonni che scoprono di essere tali, futuri fratelli e sorelle che scoprono di essere tali. Quando arrivo a guardare “militari che rientrano dalle missioni e abbracciano i figli” mi fermo per la vergogna del doverlo raccontare a Max e scendo in cucina. In effetti quando ci sentiamo al telefono e glielo racconto mio marito disapprova fortemente, ma era ovvio, erano pure tutti americani. Emilia nel frattempo si è consultata con se stessa e ha deciso che il sondino non è più necessario, per cui se l’è strappato, ma non importa, oggi gliel’avrebbero tolto comunque perché manda giù comunque le medicine che le danno in bocca e mangia autonomamente.
Max deve rifare il tampone per il Covid-19, pare lo abbiano smarrito in mezzo ai 17000 che devono analizzare (Vedi ad avere le infermiere troppo gentili? Il mio mica l’hanno perso!).
Passo il resto della mattinata scrivendo e preparando la cena che io mangerò in ospedale e Max a casa.
Non ho ancora ricevuto comunicazioni da parte della mia azienda rispetto al da farsi; so che ho diritto a tre giorni di assistenza retribuita ma non ho capito se l’azienda è operativa o no.
Arrivo all’ospedale e Emilia è in splendida forma. Bacio Max attraverso la mascherina, lui va a farsi nuovamente il tampone (o come avrebbe detto una delle dottoresse del TIPed, va “a farsi tamponare”) e riparte per Oderzo.
Spalmo ad Emilia la crema idratante sui piedini secchi, si lascia accarezzare volentieri, gliela spalmo anche sulle mani e sulle spalle. Ho bisogno di accarezzarla, di esprimermi fisicamente, ne abbiamo bisogno entrambe.
Leggiamo Leopantera, una storia che racconta l’amore tra un leopardo e una pantera, uno dei libri acquistati alla Mostra del libro illustrato a Sarmede. Ad ogni scena di abbraccio la stringo, approfittando del libro.
Si sofferma a lungo sull’ultima immagine del libro, quella di una famiglia formata da leopardo, pantera e due cuccioli giallo-neri.
Indico la pantera “Mamma”, poi il leopardo “Papà”, poi i piccoli “Emilia”. “Tata?” chiede.
“Sì, tata”
Tento di addormentarla ma non ne vuole sapere: butta i doudou dalle sponde del lettino, si appende, chiede di venire in braccio e poi gioca a buttarsi all’indietro.
Nel corridoio Tommaso (il cantante di “Mi vendo”) inveisce perché il personale del reparto gli ha requisito le sigarette, bestemmia tutto il bestemmiabile, minaccia in Veneto stretto.
Io chiudo la porta.
Tommaso si calma, cammina lungo il corridoio e dice a qualcuno che ha esagerato. Canta. Torna in camera.
Emilia finalmente si addormenta.
All’indirizzo di posta elettronica del lavoro arriva una mail dell’amministratore delegato che scrive che “siamo in guerra” e che io sono in ferie/permessi per due settimane. Ma io non ne ho così tanti.
Max mi manda la documentazione per chiedere i tre giorni retribuiti per assistenza ospedaliera; la inoltro subito, non vorrei iniziassero a scalare dalle ferie che non ho.
Il personale del servizio di ristorazione porta la cena di Emilia ma lei sta ancora dormendo, ne approfitto per cenare. In camera c’è un microonde ma il cavo non arriva alla presa, la mia cena la mangio fredda, poi sveglio Emilia e le faccio mangiare un po’ di ricotta, un po’ di puré, un po’ di pappa di riso. Mangia volentieri, indicando quello che vorrebbe e poco dopo le otto si addormenta.
La svegliano alle otto e tre quarti per misurarle la febbre.
La svegliano alle nove e un quarto per darle le medicine. È inviperita ma si riaddormenta subito.
Tornano alle dieci per spostarla dalla pompa, a mezzanotte per darle un altro giro di medicinali.
Poi si dorme fino al mattino.

(…continua qui…)

***
Link alle puntate precedenti
Il mondo si è fermato. 1
Il mondo si è fermato. 2
Il mondo si è fermato. 3
Il mondo si è fermato. 4
Il mondo si è fermato. 5
Il mondo si è fermato. 6
Il mondo si è fermato. 7
Il mondo si è fermato. 8

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