Uzbekistan – Riflessioni del giorno 7.

Qui si costumano le case popolari, tutte uguali con i loro colori giallino-rosso e il cortiletto interno. La legge prevede che dopo alcune decine di anni di mutuo statale la casa diventa di proprietà.

Oltre il 90% della popolazione è musulmana, ma non ho mai visto un velo a coprire il volto di una donna.

Non si “sgorlano” (scrollano) le mani una volta lavate, se proprio si asciugano sui vestiti. Non ci si soffia il naso a tavola. I maschi (a volte anche bambini) portano le borse delle donne.

L’autostop non si fa mostrando il pollice ma indicando la carreggiata.

“Se non era per l’Unione Sovietica qui erano ancora ai cammelli”: mio marito manifesta la sua indignazione per la modalità di restauro applicata ai treni CCCP del museo delle ferrovie di Tashkent, ovvero ricoprirli con tempera pura e sgargiante nascondendo tutti gli stemmi sovietici per farli sembrare tolti da Paperopoli.

I canali di scolo in città sono scoperti e delimitano il confine tra strada e marciapiede. Di solito sono profondi almeno 30/40 cm così la gente si abitua a prestare attenzione mentre cammina per strada.

Non abbiamo visto invalidi. Forse questo punto è legato al precedente.

Ad ogni ingresso della metro si viene controllati 2 volte, la prima all’esterno dello stabile e la seconda appena prima dei tornelli. In modo bonario, non aggressivo, però sono comunque due volte.

La nostra abbronzatura è sempre più confusa: muratori da un braccio e pallidi dall’altro, stampo del sandalo, abbronzatura solo tra polpaccio e caviglia.

Il biglietto per la metro di Tashkent è il gettone per gli autoscontri, paro paro.

 

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