Uzbekistan – Riflessioni del giorno 3.

KHIVA – BUKHARA

In superstrada si può attraversare a piedi in qualsiasi punto e percorrere la corsia in bici contromano. E nessuno si fa male, o forse nascondono i cadaveri molto velocemente.

Il deserto Rosso (Kyzilkum) è abbastanza verde. Potevano chiamarla Steppa Rossa ma forse sembrava il nome di una squadra di calcio.

Lingua tedesca e lingua francese battono lingua inglese per diffusione in Uzbekistan.

Per combattere la disoccupazione basta dare a quattro stradini il lavoro di uno e come risultato si ha un tasso di disoccupazione dell’8% (e uno di sottoccupazione del 20%).

Conoscere e rispettare la regola dei 6 secondi* (e una cura di probiotici di due settimane prima del viaggio) ti salva da qualsiasi diarrea uzbeka.

Con 10 euro pranzi in due in una bettola di cemento in mezzo al deserto rosso, alla faccia dell’igiene, e ne sarà valsa comunque la pena.

Indicare dove inizia il cantiere è lecito. Indicare dove finisce è cortesia.

Quando chiedi un succo, ti portano un litro di succo. Maledetti uncountable.

La carta crespa qui la usano come carta igienica.

Abbiamo avvistato tra gli autoctoni la prima donna con i capelli corti, la prima coppia per mano, la prima ragazza con gli shorts, il primo uomo con gli occhiali.

I vigili qui sono armati solo di coni luminosi.

Gli shashliki (spiedini) possono essere normali o mul’ti. Nel secondo caso sono un impasto di carni miste e cipolla, il cui risultato è uno stecco ducale di carnazza.

Ho scelto il souvenir da portare a casa dall’Ozbekiston: il tapchan, il baldacchino da esterni in legno dove gli uzbechi si riposano, mangiano e bevono le sere d’estate, attorniati da cuscini. E’ un’idea talmente brillante che non ho capito come ho potuto farne senza fino ad ora.(All’andata avevamo ancora una 20ina di kg liberi in valigia, se ce n’è un modello Ikea la vedo fattibile)

Nell’hotel in cui siamo ora abbiamo le pattine e il parquet. Meno male che hanno compensato con la tenda da doccia con i delfini, eravamo un po’ a disagio.

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* nota: la regola dei 6 secondi (il numero potrebbe variare da persona a persona) è una leggenda metropolitana per cui i batteri non oserebbero attaccare un cibo caduto per terra prima che sia trascorso un certo lasso di tempo. In base a questo ragionamento, è sufficiente ingerire il cibo caduto, dopo averci soffiato sopra, in un arco temporale molto limitato per poterlo considerare sterilizzato. E’ naturalmente una teoria scientificamente infondata ma io e mio marito tendiamo a rispettarla (entro certi limiti igienici), se non altro per non sprecare del cibo.

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