Uzbekistan – Riflessioni del giorno 2.

KHIVA

La questione “barba di Max” sta degenerando: i bambini lo salutano, i ragazzini lo fotografano, gli adulti lo guardano con timore reverenziale. In soli due giorni lo hanno chiamato Che Guevara e Fidel Castro e siamo persino stati intervistati da una tv uzbeca.

(Nota per i miei lettori: non ho trovato in internet traccia alcuna del video in cui io e il barbuto veniamo intervistati sulle meraviglie turistiche di Khiva da un programma tipo Melaverde Uzbekistan. E non abbiamo immortalato il momento in cui la giornalista uzbeca con fare parentale mi ha sistemato lo scollo della maglietta, reo di aver lasciato in bella mostra la spallina del reggiseno. Non sono sicura avrei diffuso questa testimonianza sul blog, avrei però sicuramente riguardato il video con quel misto di imbarazzo e ilarità con cui si rievocano le foto testimoni dei look peggiori della propria adolescenza.)

Gli edifici di fango e paglia sono suggestivi e caratteristici però la sera rilasciano una temperatura elevatissima, che non apprezzi quando ci cammini accanto.

Uno dei piatti tipici di Khiva sono degli spatzle in cui gli spinaci sono stati sostituiti dall‘aneto. Se uno ci pensa è un’idea terribile.

Anche qui grandi sorrisi dorati in tutte le bocche non più giovanissime.

A Khiva si trova un minareto che avrebbe dovuto, secondo il progetto iniziale, raggiungere l’eccezionale altezza di 70/80 metri e invece si è fermato a 29 metri, ottenendo la simpatica forma di un vasone da fiori rovesciato. Ci sono diverse teorie sulla motivazione che ha portato all’interruzione dei lavori: la morte prematura del Khan Muhammad Amin, l’uccisione del capomastro o la consapevolezza che continuando la costruzione il minareto non avrebbe retto e sarebbe collassato su se stesso. Insomma, la consapevolezza di averla fatta fuori dal vasone.

Uno dei souvenir tipici è un vecchietto panciuto e sorridente di terracotta che tiene in mano i prodotti tipici dell’Ozbekiston: anguria, melone, pane, plov, somsa…

Le macchine si lasciano dove capita per strada e si scende nei campi a lavorare.

I voli interni di Uzbekistan Airways partono quando l’aereo è pieno, come i pulmini in Africa. O almeno, noi l’abbiamo capita così.

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Volare su un Ilyushin è un’esperienza tra il trattore e il tagadà.

La nostra guida è rimasta a piedi perché l’agenzia turistica si è dimenticata di comprargli il biglietto per il volo.

Abbiamo guardato la Rai dall’Ozbekiston. Qui non paghiamo il canone.

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