Quello che resta

Li definirei dilemmi fotografici.
Come riuscire a cogliere in quanto già noto, in quanto anzi sovraesposto a copertura mediatica ciò che è unico e irripetibile? E’ lecito soverchiare il pudore per rendere pubblico un momento di intimità affettiva ed affettuosa? E se sì, come farlo rimanendo integerrimi?
Non so se faccio bene o male a raccontare alcuni momenti del nostro matrimonio; mi è difficile restituire l’universale nel particolare, che è quello a cui miro descrivendo talvolta in questo blog fatti e sensazioni appartenenti alla mia sfera personale.
Non è semplice parlarne in modo intimo ma non intrusivo ed internet ormai straripa di foto di sposi o aspiranti tali, di dibattiti su boho-chic o country, di engagement photogallery, di boss delle torte, di siti web dedicati all’organizzazione del matrimonio o all’irrinunciabile storia d’amore degli sposi. Ciononostante, nel 90% dei casi mi paiono mere dissertazioni su temi logistici ed estetici, che non restituiscono la sacralità del matrimonio.
Io mi sento il fotografo di fronte al sacro che si pone il problema morale della giustizia o meno del racconto. E decido di fare un tentativo.

L’ultimo istante prima di salire in macchina è uno dei momenti più potenti della giornata. Il silenzio che percepisci non è solo una dimensione acustica ma è anche uno stato temporale e cronologico. La casa è svuotata, le persone ti aspettano altrove e tu prendi fiato e tagli il cordone ombelicale con la tua infanzia. Tuo papà ti guarda litigando con la giacca e tu capisci che stai lasciando alle spalle più cose di quante ne immaginassi, tra cui una modalità di relazione padre/figlia iniziata  nell’adolescenza.

Ho sempre avuto timore della navata centrale della chiesa, che le spose devono percorrere da sole, abbandonate sul braccio del padre come dame cieche. Entrano e vedono solo i metri vuoti davanti a sé, e gente attorno, e macchine fotografiche che scattano. Un ultimo miglio di gara in cui non appare il traguardo, appena accennato accanto all’altare.
Io non ho visto altro che il traguardo quando sono entrata in chiesa, e il mio traguardo era lo sguardo di Max a pochi spazi di distanza. Se è possibile che tutta l’attesa si condensi in uno sguardo solo, quello è lo sguardo che ho inseguito fino a metà navata, lo sguardo che raccontava chi siamo stati, chi siamo e chi saremo. Non so se mi capiterà più di essere guardata come un miracolo della natura e la realizzazione della felicità di qualcun altro; però è successo.

Lo sospettavo da mo’ ma ora posso confermarlo: al dj set gli sposi ballano soprattutto perché quello che può andare male a quel punto della giornata è ridotto ai minimi termini: nessuno ha contestato le pubblicazioni oppure ha interrotto la cerimonia per dichiarare il suo amore verso uno degli sposi, nessuno si è lamentato sdegnosamente del cibo o della composizione dei tavoli (problema a cui avevamo ovviato non prevedendo alcun tableau de mariage), il meteo è stato clemente o comunque si è risolto in qualche modo, il catering ha dato buona prova di sé. Balli perché non c’è questione logistica che ti possa più toccare in alcun modo, balli perché è il momento in cui davvero molli il colpo.

Il momento in cui le persone ti vengono a salutare dopo la cerimonia è tipo il tunnel (o “boschetto”) post-lauream: sai chi c’era ma avresti bisogno della moviola per ricordarti chi ha fatto/detto cosa.

Ho tolto la fede solo una volta dal 27 maggio e sono stata cazziata da mio marito.
“Coosa staai faceendo?” “L’appoggio sul comodino, dormo e la rimetto domani mattina, no?”.
D’estate mio padre, nella fase dei grandi lavori manuali come la cura dell’orto e il giardinaggio, toglie la fede e l’appende alla catenina che porta al collo; i genitori di Max, trovando la fede scomoda, non la indossano più da tempo; eppure nessuno dubiterebbe mai dell’amore in cui entrambi siamo cresciuti.
Ciononostante, una ricca panoramica di segnali non verbali mi aveva fatto capire che Max non condivideva il mio pensiero, che neanche la donna doveva osare separare ciò che Dio aveva unito, ovvero il mio dito e il cerchio d’oro giallo.
C’è un legame particolare tra Max e la fede che indosso, lo stesso che specularmente vivo io con la fede che indossa lui: il rapporto tra creatore e creatura.
Riconosco (e ricordo) ogni martellata data al suo anello, più leggere e petulanti di quelle solide, impresse a ritmo di bydlo, sul mio. Le nostre fedi ci sono costate circa 7 ore di fasi alternate di “ura”: trafilatura, martellatura, levigatura, pulitura, saldatura.
Il mio anello è nella stessa misura mio e suo, perché ancorato al mio dito ma contemporaneamente anche al carattere e alla manualità del mio compagno. E alla stessa misura l’anello di Max riporta tatuata la mia perseveranza ma anche la mia mania di controllo, la mia insistenza.
Per questo non si può togliere nemmeno la notte.

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