stay Balkan. 12a parte

“Max possiamo fare una deviazione tornando verso l’Italia? Vorrei tu vedessi Gornja Orahovica e conoscessi Edis.”
Una deviazione di due ore e mezza in un viaggio di oltre sette ore è una proposta assurda. Una deviazione di due ore e mezza in un viaggio di più di sette ore al termine di oltre duemila km supportata da soli motivi sentimentali è evidentemente una proposta assurda.
“Va bene”
“Davvero?”
“Sì.”

Quando stiamo con una persona adottiamo anche i posti dove ha bisogno di tornare, le cose che vuole fare a dispetto della logica perché facendo quella cosa illogica starà bene.
E l’amore è illogico, è molto illogico.
Partiamo da Belgrado che è quasi mezzogiorno, attraversiamo la Srbrsa Republika e le casette clonate del distretto di Brcko. Ci fermiamo a comprare peperoni bianchi e uva in uno dei farmer market (leggi: baracche di legno) a lato strada e ce ne pentiamo, sia perché il venditore ci ha rifilato molta frutta e verdura guasta e ci ha chiesto troppi soldi ma anche perché l’odore in auto sarà ingestibile per il resto del viaggio.
Arriviamo a Gornija Orahovica da una strada diversa da quella che mi ha guidato lì per tanti anni e non riesco più ad orientarmi.
Di colpo ci troviamo placati dalla versione verde di una famosa scena del film “Ogni cosa è illuminata”.

Se non avessimo avuto appuntamento di fronte alla scuola di Gornja Orahovica con Edis e un suo amico credo che non avremmo potuto resistere al desiderio di attraversare a piedi quella spiaggia verde e andare a bussare alla casetta bianca in fondo all’orizzonte.
Raggiungiamo la scuola attraverso la strada alta e rimango piacevolmente sorpresa del buono stato del fondo stradale, che era stato danneggiato dall’alluvione del 2014.
Edis ci aspetta nell’unico modo in cui sia mai stata aspettata di fronte alla scuola di Gornja: macchina aperta, musica a palla e birra in mano.
Da quanto non ci vedevamo, non ne ho idea davvero, questo è Max, questo è Besim, purtroppo non possiamo stare tanto, partiamo tra un paio d’ore, andiamo a Donja? Lasciate pure qui la macchina.
Ci troviamo nella macchina di una persona che ci ha conosciuto mezzo minuto prima, alla radio passa turbofolk e io ho in mano una birra. Dobrodošli!
La conversazione parte da alcuni topos necessari quando non ci si vede da tanto tempo: la vita personale (cosa fai come stai novità), le relazioni (come stanno questo tizio e quell’altro), il paese (il direttore della scuola la dom kultury altre cose particolari).
E’ un percorso necessario del dialogo, un modo indiretto di dire “Dove eravamo rimasti? Ah, già.”
Besim non partecipa alla conversazione, si limita a qualche intervento in bosniaco stretto rivolto a Edis.
Capiamo che la lingua di comunicazione con lui non sarà l’inglese, ma ancora non immaginiamo le alternative.
Il locale dove approdiamo è il posto dove, assicurano i nostri, si mangiano i migliori ćevapčići della zona.
Ci accomodiamo ad un tavolo esterno con tipica vista-strada, scatenando la curiosità degli avventori del locale che vogliono capire chi siamo noi italijani, dato che gli italijani che si recano in quella zona con il Comitato a sostegno delle forze e iniziative di pace sono già ripartiti da una settimana buona.
Besim, che sembra essere abbastanza di casa, si occupa delle nostre pubbliche relazioni, mentre io e Max cerchiamo di dare l’impressione di capire cosa sta succedendo.
Arrivano un paio di listini e Max fa gli onori di casa ordinando una porzione velika (grande) di ćevapčići. Io non ho fame e mi limito ad una birra.
La mediazione di Besim con la cameriera fa sì che arrivino in tavola anche una terrina di kajmak, del pane e una bottiglia di rakja.
Max intravede il pericolo e mi passa due ćevapčići e un pezzetto di pane unto.
Con una certa regolarità Besim si premura che stiamo mangiando a sufficienza e che ci piaccia il cibo bosniaco, ne tesse le lodi e scaraffa della rakja nei bicchieri. Dopo vari turni di distribuzione, Max interrompe la sequenza ricordando che dovrà guidare ancora diverse ore e appellandosi alla responsabilità dell’autista.
Edis, camionista di professione, annuisce ma continua a bere. Del resto è in ferie.
Io, che ufficialmente non guido, eredito l’alcol di Max.
Il kajmak è delizioso, i ćevapčići ungono gli angoli della bocca e scendono nello stomaco con grande solennità. E la rakja è profumata, dolce, apparentemente innocua.
Le due ore previste per la tappa bosniaca sono già diventate quattro e siamo ancora nel vivo del discorso, con Edis che, da fratellino minore, si sincera dei sentimenti di Max nei miei confronti e delle sue intenzioni per il nostro futuro.
Forse dovevo preparare Max a tutto questo, ma il romanticismo bosniaco va vissuto dal vivo e se la sta cavando bene da solo.
Nella classifica delle cose più difficili da fare al mondo, accomiatarsi da dei bosniaci è allo stesso livello di sostenere una conversazione con Giovanardi.
Ribadendo più volte che non possiamo fermarci fino al giorno successivo, riusciamo a rientrare nella macchina di Besim e avviarci verso Gornija.
Il pranzo naturalmente ci era stato offerto e non sarebbe mai stato possibile ottenere qualcosa di diverso, perché la sacralità dell’ospite in Bosnia è assoluta.
Prima di riportarci alla nostra macchina però Edis e Besim si sentono in dovere, a modo loro, di rappresentare l’ufficio per il turismo bosniaco.
Ci mostrano il panorama dall’orto della casa della famiglia di Besim, il melo e la sua produzione, ci fanno conoscere la madre di Besim.
Come per una magia che in Bosnia è normalità, ci troviamo di nuovo con le mani piene (di mele, questa volta) e con l’offerta di una scorta di peperoni e di un caffè turco che purtroppo dobbiamo rifiutare per non arrivare in Italia ad ore troppo tarde.
“We don’t have much money but we have this”, dice Edis.
E questo “this” non mi sembra così male, in effetti.
L’ultima tappa prima del congedo è una piccola casetta nei boschi dove, ci raccontano, si trovano a fare festa tra ragazzi. “E’ di un nostro amico, però non glielo diciamo tutte le volte”.
Arriviamo alla macchina e ci scambiamo la promessa, immancabile, di non lasciare passare così tanti anni prima di rivederci.
Un ultimo abbraccio e siamo di nuovo per strada, con “una specie di ovo sodo dentro, che non va né in su né in giù, ma che ormai ci fa compagnia come un vecchio amico”.

 ***
Link alle puntate precedenti del racconto di viaggio:

Stay Balkan. 2808. – Prologo
Stay Balkan 1 – Niš
Stay Balkan 2 – Niš
Stay Balkan 3 – Buzludzha
Stay Balkan 4 – Sofia
Stay Balkan. Intervallo
Stay Balkan 5 – Skopje
Stay Balkan 6 – Skopje
Stay Balkan 7 – Krusevo
Stay Balkan 8 – Ohrid
Stay Balkan 9 – Intervallo ad Ohrid
Stay Balkan 10 – frontiera serbo-macedone
Stay Balkan 11 – Beograd

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