Stay Balkan. 3a parte.

(… continua da qui…)

Il vero confine tra Serbia e Bulgaria è costituito dal numero sproporzionato di distributori Lukoil e Gazprom che iniziano a palesarsi immediatamente dopo il confine.
La risposta americana, immancabile, passa attraverso le grandi catene di fast food: Mc Donald’s, KFC, Burger King.
In entrambi i casi di olio si tratta.
La frequenza dei colossi russi e americani è talmente serrata da farci dimenticare per un attimo dove siamo.
Siamo in Bulgaria e stiamo tracciando una linea orizzontale di trecento chilometri che parte da Sofia e arriva sulla cima intitolata a Hadji Dimitar, uno dei condottieri bulgari che nel tardo ottocento combatté per la liberazione dal dominio ottomano.
Il paesaggio ai lati della macchina intervalla distese di terra a foreste fitte e campi di girasole. A volte la commistione crea habitat sorprendenti in cui convivono erba secca, cavalli allo stato brado ed enormi palazzoni popolari con parabole a decorare ogni terrazza.

14080077_10208988517101558_3602639505313487749_n

Lungo tutto il cammino, come Gulliver di cemento e metallo in un mondo di lillipuziani, si ergono monumenti di liberazione nazionale, testimonianze di battaglie storiche contro i turchi ma anche contro l’élite politica bulgara.

14100447_10208988521501668_815968218382549903_n

Qual è la storia che voleva rappresentare Dmitr Kopchev scolpendo quest’uomo baffuto addossato ad una pompa di benzina, nell’atto di sollevare un manto simile ad un copricapo indiano?
Perché la sua statua è stata innalzata esattamente qui?

14203158_10208988534501993_6449558792801765929_n

I nomi, come i materiali più preziosi o facilmente riutilizzabili, sono stati strappati dai monumenti, che ora appaiono spaesati, imbarazzati nella loro mole sproporzionata e fuori contesto.
Chi è questo signore impettito che guarda un orizzonte che non riconosce più?
Qual era la copertura originale di questo piedistallo? Quando è stato inaugurato e quale motivo d’orgoglio aveva fornito alla nazione bulgara?
Non lo sapremo forse mai, perché non c’è più spazio per tutti gli eroi, non c’è più tempo per ricordarli.
Quindi ora, nel 2016, in mezzo alle sterpaglie, alle campagne, al crocevia delle strade statali svettano perfetti sconosciuti dalla storia illustre.

Buzludzha, la nostra destinazione sulla cima del monte Hadji Dimitar, nel bel mezzo della Bulgaria più solitaria, ha reso questo spaesamento geografico e storico la sua caratteristica più affascinante e fotogenica, tanto da diventare un mito sia per gli appassionati di architettura comunista che per gli amanti della fotografia di luoghi epici ed abbandonati.
Io, che per pigrizia non mi posso annoverare fra i membri di nessuna delle due categorie, mi sono vista apparire un giorno nel flusso della bacheca Facebook quest’immagine, che ha risvegliato in me il sentimento del sublime e il ricordo infantile delle puntate di X-files.

Quando, scodinzolando, ho mostrato quest’immagine al mio compagno, che rientra soprattutto nella prima delle categorie sopra citate, ho naturalmente scoperto che conosceva da tempo Buzludzha e le sue rappresentazioni, si era già visto un documentario sulla costruzione dello stabile e aveva consultato qualsiasi fonte informativa accessibile in lingua a lui nota.  (Memo per il futuro: mai cercare di impressionare un appassionato con un pezzo che reputi raro. La fortuna del principiante è una leggenda metropolitana).
Mesi più tardi quell’idea nata come una clamorosa supercazzola, di rimpallo in rimpallo, sarebbe diventata la tappa attorno a cui costruire meticolosamente il nostro viaggio estivo.
Il nostro percorso inizialmente prevedeva l’arrivo all’aeroporto di Skopje, il noleggio di un automobile e un percorso a salire tra Bulgaria e Romania, con destinazione Bucarest e volo di rientro. Dopo una serie di considerazioni sul costo del noleggio e le complicazioni assicurative dovute al superamento di vari confini UE ed extra UE, la scelta è ricaduta sulla fedelissima Dacia Logan ed un tracciato differente, maggiormente dedicato alla Macedonia.
Ma Buzludzha non poteva mancare, a costo di andare in giornata da Sofia.
E questo abbiamo fatto: 600 km in giornata per andare a vedere un enorme disco volante in cemento, interamente mosaicato all’interno e posizionato a 1440 m di altezza sul livello del mare. E a fianco del disco volante, il campanile ateo che sorreggeva una stella rossa la cui luce era visibile dal Mar Nero, ad altri trecento km di distanza verso est.

La storia di Buzludzha è davvero unica e terribile.
Il progetto del grandioso edificio nasce l’11 marzo 1971 durante il congresso del partito comunista bulgaro, che decide di far realizzare un monumento che rappresenti la lotta del popolo e del partito e che celebri il novantesimo anniversario del movimento socialista bulgaro. Il luogo designato, molto simbolico, è circondato dalle città che diedero vita nel 1891 al partito social democratico bulgaro ed è allo stesso tempo lo scenario della battaglia del 1868 tra i ribelli bulgari di Hadji Dimitar (a cui è intitolata la vetta) e l’impero ottomano.

Tutta la popolazione viene coinvolta nel finanziamento del progetto attraverso l’acquisto “fortemente consigliato” di francobolli celebrativi. Nel giro di pochi anni raccolgono una quantità mastodontica di soldi, 14 milioni di lev.
I lavori per la costruzione del monumento iniziano con una deflagrazione che spiana 9 metri di montagna per lasciare posto all’altare di cemento. Circa 6000 persone prendono parte alla messa in posa di 12000 metri cubi di cemento, 300 km di acciaio rinforzato, una cupola di 640 tonnellate e 550 metri quadri di mosaici. Accanto a questi vengono innalzati altri 3270 metri cubi di cemento a spingere verso l’alto la più grande stella rossa del mondo, del peso complessivo di 7 tonnellate.

Il 23 agosto 1981 migliaia di persone partecipano all’inaugurazione. Per diversi anni il flusso di visitatori da tutto il paese sarà massiccio e costante.

Con il crollo del socialismo e la fine del governo di Todor Živkov anche Buzludzha, in quanto emblema di un passato da negare, viene presa di mira dalla popolazione.
A partire dal 1995 il monumento viene saccheggiato dei mosaici, delle coperture in bronzo, del vetro che componeva la stella rossa (che si pensava essere di rubino), persino del trasformatore da 20 kV che illuminava la stella in cima all’edificio.
Il popolo, di fronte al crollo di un sistema ideologico ed economico, reagisce reclamando quello che aveva ceduto. Non potendo riavere i soldi in cambio dei francobolli, si riprende il frutto di quella spesa. La povertà, la crisi del sistema, il fallimento dell’ideologia, la mancanza di alternative hanno portato Buzludzha a diventare il proprio fantasma.
Quello che abbiamo conosciuto noi.

***

Si arriva a Buzludzha percorrendo l’autostrada A1 (la Avtomagistrala Trakia) fino all’altezza di Zagore (“oltre la montagna”), poi si imbocca la strada 5 passando accanto a Stara Zagora e attraversando Kazanluk. La A1 è il tratto con i peggiori cartelloni pubblicitari (ricorderò per sempre una pubblicità di sanitari con un orso che batteva cinque all’aria) e la più alta frequenza di fast food, poi il tutto migliora, o peggiora, a seconda dei punti di vista.
Pochi chilometri dopo Kran, in un bivio segnalato dal vistoso sconosciuto di cui avevamo parlato in precedenza, si svolta a destra immettendosi in una strada di montagna.
Avvicinandosi a Buzludzha si iniziano a percepire le dimensioni dell’opera, l’imponenza dei suoi 60 metri di diametro di cemento.
Arriviamo al parcheggio ai piedi di Buzludzha nella tarda mattinata di giovedì 11 agosto. Oltre alla nostra ci sono solo altre due macchine, affittate. Un taxi accosta al monumento giusto il tempo di permettere al passeggero di scattare una fotografia, poi imbocca il tornante successivo.
L’entrata (il cancello, in qualche modo) di Buzludzha è costituita da una grande scultura in metallo e cemento che rappresenta due mani che reggono altrettante fiaccole, una sorta di fiamma eterna che prepara il visitatore alla sacralità dell’avvicinamento.
Il tutto, naturalmente, all’insegna della discrezione e delle misure contenute che piacciono a noi. Le fiaccole sono alte circa 10 metri e il complesso architettonico è lungo una buona trentina di metri.

14079734_10208988538342089_7114450905878916423_n
Lasciamo la fedele Dacia nel parcheggio e intraprendiamo, armati di zaino e macchina fotografica, una stradina in mezzo ai cespugli e ai sempreverdi. Il ronzio e lo sciamare delle api intorno a noi, a confronto con il quasi totale silenzio della vallata, risulta assordante.
La stradina si immette in un selciato con pendenza da capogiro, che ci fa dubitare da subito della popolarità della nostra scelta. In effetti i pochi bulgari che avevamo incrociato presso le fiaccole sono spariti e dietro di noi regnano solo le api. Risulta del resto poco probabile che il popolo delle celebrazioni annuali, adeguatamente armato di bandieroni e altri vessilli, fosse costretto a inerpicarsi per questa via scomoda.

14117778_10208988558142584_4172344251724344135_n
Tento di registrare una telecronaca della salita con la macchina fotografica ma rinuncio subito,  ne risulterebbe una testimonianza epica ma la mia scarsa forma fisica risulterebbe impressa in maniera inequivocabile.
Max si ferma poco oltre la metà della salita, io torno indietro, lo raggiungo (ansimando di nascosto) e lo canzono come il peggiore dei supergiovani farebbe con i matusa. Ci supera una coppia. Stranieri, naturalmente.
“Dhohbhrh dehenh”, salutiamo.
Ad ogni passo Buzludzha è più vicina e più imponente. E ad ogni passo diventa evidente quanto sia stata vittoriosa la lotta dell’architetto Stoilov contro la forza della gravità.
La montagna di cemento poggia sull’aria.

dscf1530
Seguendo il perimetro dell’edificio si raggiunge il piazzale principale, che avevamo visto affollato nelle foto delle celebrazioni nei suoi “10 anni d’oro”.
E l’immagine è desolante:

dscf1515
Il piazzale è svuotato e rovinato dalle erbacce, della bandiera di metallo che pareva sventolare di fronte a Buzludzha resta solo un’anima segnata di cemento e pali.
Eppure, anche nella decadenza che l’ha resa celebre, non è difficile rimanere abbagliati da un’immagine folle e potente, che fa solo intuire quello che potesse trasmettere questo stabile alla sua inaugurazione.
Ci avviciniamo con la dovuta compostezza, iniziando a saggiare l’estrema complessità architetturale.

Ai lati dell’ingresso, i versi cadenzati dell’Internazionale accolgono la linea tondeggiante della base del disco e incitano a levarsi in piedi contro il nemico.
L’enorme scritta “Forget your past”, incisa a bomboletta sopra l’ingresso principale, è stata coperta da cartelloni intimidatori dal tono esclamativo (“Attenzione! Ingresso vietato! Caduta di oggetti! Pericolo di morte!”). Il pavimento è in buona parte coperto da sterco animale. Due cavalli poco distanti si dichiarano colpevoli, ma non colpevoli esclusivi del misfatto.
L’entrata frontale, come immaginavamo, risulta inaccessibile, ma diversi blog che avevamo consultato indicavano un possibile accesso attraverso una feritoia sul lato destro dello stabile. Bisognava prestare attenzione a dove si mettevano i piedi ed erano richieste un po’ di doti ginniche ma era perfettamente fattibile, dicevano i bloggers scaltri.
Iniziamo a camminare attorno allo stabile e capiamo immediatamente che sono state prese delle contromisure all’accesso degli appassionati di architettura comunista e degli amanti della fotografia di luoghi epici ed abbandonati.

Ogni possibile accesso – compreso quello dei bloggers scafati – è impedito da lastre di metallo saldate. Su due lati dello stabile sono presenti telecamere, che ci chiediamo – onestamente – dove possano trasmettere quelle immagini.
Siamo a 1400 metri, in mezzo ai monti, non ci sono tracce di vita a breve chilometraggio.
Anche ipotizzando che quelle telecamere siano attive, quanto tempo impiegherebbe la guardia ad arrivare sul luogo del crimine?
Quelle telecamere sono dissuasori per noi, turisti stranieri che potrebbero farsi del male, fotografi della domenica con l’arma impropria della comunicazione globale, istigatori di potenziali nuovi scalatori di Buzludzha.
Continuiamo a camminare lungo il muro, ma trovare un ingresso sfuggito alla censura pare sempre meno probabile. Due francesi arrivati al monumento prima di noi tentano l’accesso attraverso una nicchia con il tetto sfondato ma il passaggio è murato.

Sfuma il nostro sogno di vedere la sede del partito comunista dall’interno. Non potremmo confrontare le splendide fotografie che ci avevano guidato a 300 km da Sofia con le immagini che avremmo scattato noi, meno professionali sicuramente, però nostre.
Chissà tra quanti anni potremmo tornare qui e chissà cosa sarà rimasto di questo luogo così affascinante, che ha vissuto 10 anni di gloria e 20 anni di smantellamento e devastazione.

DSCF1529.JPG

Per riportare Buzludzha in funzione, per darle una seconda opportunità come museo, area espositiva o sala conferenze, oggi servirebbero almeno 10/12 milioni di lev (6 milioni di euro). Una cifra impensabile per il locale partito comunista, naturale erede dei committenti.
Lo stato, del resto, non pare intenzionato a stanziare dei fondi per la causa.
Esiste solo un progetto, folle come l’idea di costruire un ufo di cemento in Bulgaria, che si propone di raccogliere i contributi necessari per fare di Buzludzha un museo memoriale della storia bulgara, capace di illustrare la storia antica e contemporanea del paese.

Speriamo che in qualche modo (sicuramente non coercitivo) lo sforzo massivo che i bulgari hanno fatto per creare questo luogo si possa ripetere con il contributo di chi, in tutto il mondo, è rimasto affascinato da questo leviatano di cemento.

DSCF1528.JPG

***

Video di approfondimento:
Servizio  del settimanale The Economist su Buzludzha
Intervista del canale televisivo bulgaro Nova TV all’architetto  Georgi Stoilov
Documentario  del videomaker finlandese Simo Saarikoski su Buzludzha

Articoli di approfondimento
Post di The Bohemian Blog, che organizza tour di immersione nel brutalismo sovietico made in Bulgaria

Varie fotografie dal web

***

Link alle puntate precedenti del racconto di viaggio:
Stay Balkan. 2808. – Prologo
Stay Balkan 1 – Niš
Stay Balkan 2 – Niš

17 pensieri su “Stay Balkan. 3a parte.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...