Stay Balkan. 2a parte.

(… continua da qui…)

“Se volete possiamo bere qualcosa qui ma di solito non frequento posti del genere.”
“Allora portaci in un posto che piace a te, ci fidiamo…”
“Beh, se volete vedere un posto davvero caratteristico c’è un bar lungo il fiume, però bisogna prendere un taxi perché è un po’ fuori. Ma è più autentico, ci va la gente di qui”
“Va bene, andiamo lì!”
L’entusiasmo con cui rispondo ad Andjela cela in realtà una terribile preoccupazione. Mentre la nostra couchsurfer telefona al servizio taxi io mi avvicino a Max e sussurro “Speriamo bene, un taxi dovrebbe avere un costo affrontabile in questa parte del mondo…”.
Max alza le spalle e mi rassicura “Dai, credo di sì. Costerà la metà almeno”
“Va bene, dai, facciamo ‘sta pazzia”.
Pochi minuti dopo una vecchia Opel Zafira ci affianca sulla Ulica Vozda Karadjordja, a poca distanza dalla piazza Kralja Milana, la piazza centrale di Niš. Andjela sale davanti a fianco del taxista e noi – i foresti – ci ritiriamo sui sedili posteriori.
Nel gesto automatico di cercare le cinture noi passeggeri del sedile posteriore realizziamo che né l’autista né la prima passeggera le indossano, come del resto – notiamo ora – nessun motociclista per strada indossa il casco.
Ci adattiamo ai costumi locali? Portiamo avanti il nostro codice della strada? Apocalittici o integrati?
Il taxi abbandona la E771 che collega Drobeta-Turnu Severin alla città di Niš e svolta in una strada secondaria a destra. Lasciamo alle nostre spalle la città e i palazzi e ci avventuriamo tra piccoli agglomerati abitativi e strade polverose.
Passa qualche minuto e il taxista si ferma. Il tachimetro segna 500 dinari, 3 euro e spiccioli. Andjela paga prima che noi riusciamo a mettere mano al portafoglio, noi protestiamo quasi pro forma e promettiamo di pagare il ritorno, consapevoli di non averle causato un eccessivo danno economico.
E di colpo siamo nel Far West.
Casupole di legno, uno spiazzo polveroso e animali allo stato brado: oche, cani, gatti… Mancano solo il passaggio di un tumbleweed e l’apparizione di due cowboys che si sfidano a duello e poi ci vedrei un senso compiuto.
“Ma siamo ancora a Niš?”
“Sì, certo”
Sono sorpresa e quasi amareggiata della sua sorpresa per la mia sorpresa.
Seguiamo Andjela attraverso un passaggio nella rete che circonda una delle casupole di legno e paglia che addobbano il piazzale e ci troviamo in uno di quei bar che tipicamente addobbano le spiagge italiane, decorati da ombrelloni con i loghi di birre e gente che ciabatta avanti e indietro.
“Doveva essere un club per motociclisti, poi alla fine hanno deciso di trasformarlo in un bar” spiega Andjela accennando con il mento ad una moto parcheggiata accanto all’ingresso. “Pensa che tutti conoscono il posto con il nome del proprietario, Šilja. Anche prima, quando ho dato indicazioni al taxista, non gli ho mica dato un indirizzo o il nome del locale. Gli ho detto semplicemente Da Šilja”.

Il bar “da Šilja” (che scopriremo poi chiamarsi con il folkloristico nome Cuba Tropico) è una sorta di corridoio di legno chiuso sui due lati che attraversiamo senza incontrare ostacoli, neppure sonori. Raggiungiamo una scala in discesa, che presumibilmente porterà ad un’altra sala e iniziamo a scendere i gradini trovandoci – quasi fossimo in un racconto di Gogol’ – letteralmente nel fiume.

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La scala di legno conduce in una nicchia ricavata sotto il bar e dotata di tavoli, panche ed altalene. Un piccolo molo permette agli avventori più audaci di raggiungere il fiume e addirittura di sedersi ad un tavolo fissato in qualche modo al letto del fiume, in balia della sua portata.
“Chissà a chi e come è venuta quest’idea” commento guardando le gambe delle sedie a mollo “Immagino sia successo in una serata in cui è girato molto alcol”.
Andjela coglie lo spunto e si propone per raccogliere gli ordini.
“Prendete qualcosa?”
“Io prendo una birra” “Sì, anche io”
“Quale?”
Facciamo ricadere la nostra scelta su una deliziosa birra assaggiata il giorno prima, Zaječarsko pivo. Ci sarà tempo per provarne altre durante questo viaggio.
“Svetlo?”
“Sì, va bene, andiamo sulla chiara”
“Mangiamo anche qualcosa? Patate novelle e pescetti arrosto?”
Non sapendo le alternative (e come cercarle) ci affidiamo alla sua proposta, che ci pare comunque allettante.
Mentre Andjela si alza e cammina verso il bancone, io e Max restiamo seduti sul molo con i piedi in acqua, in un silenzio perfetto e surreale.

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Torna Andjela, seguita a pochi minuti di distanza dalla cameriera con in mano un vassoio con le birre.
La nostra mediatrice culturale e linguistica confabula un po’ con la cameriera e poi ci traduce “The cook didn’t arrive today”
Semplicemente così, niente cibo perché il cuoco oggi non è ancora arrivato.
Sono magie che succedono solo nei Balcani: la cameriera fa spallucce – cosa ne può lei, del resto, la cliente ride e accetta di aspettare, gli stranieri immaginano cosa accadrebbe se la stessa scena avesse luogo nel loro paese d’origine.
Čekamo, si può aspettare.
Chiacchieriamo a lungo, sotto un sole gentile ma tenace.
Andjela risale le scale e ritorna con altre due birre (Max glissa il secondo giro, la dura vita dell’autista…). E’ il momento in cui decido di abbandonare ogni ritrosia e guadare il fiume fino a raggiungere una delle sedie affondate che da lunghi minuti mi chiamava a sé.
“Una volta eravamo a quel tavolo, l’acqua ha iniziato a salire così in fretta che mi sono bagnata tutte le gambe”.
Rido immersa nella natura, piccoli pesci mi mordicchiano i piedi e le libellule si appoggiano allo schienale della sedia, avendo perso il timore dell’essere umano.

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Torno a riva e mi siedo nuovamente sul molo.
Max propone di spostarci all’ombra e commenta la richiesta con una formula efficace ma difficile da tradurre in inglese: “Tra alcol e caldo son drio andar in aseo” (lett. “sto andando in aceto”, sto perdendo lucidità).
Sul tavolo che abbiamo scelto, racchiuso tra un magnifico albero secolare e un muro di cemento, si manifestano improvvisamente due piatti abbondanti di patate e di pescetti arrosto che vengono posizionati con saggezza al centro del tavolo. Che delizia.
Il clima è molto informale e per nulla imbarazzato. Parliamo del nostro amore per i Balcani, del viaggio che abbiamo intrapreso, di musica, di migrazioni e Fortress Europe, di squat che Max ha visitato e in cui Andjela ha vissuto per 5 mesi con meno di 100 euro in tasca, del colloquio che lei avrebbe fatto un paio d’ore più tardi in canottiera blu e pantaloni e fiori (“Ma davvero?” “Sì”).
“Vedi? Lei è un’abbestiata buona”, avrebbe commentato Max più tardi, apprezzandone l’attitudine sinceramente punk e indipendente.
Arriva Zarko con un pacchetto di sigarette.
“L’unico neo di questo posto è che non vendono sigarette”, quindi l’arrivo di un amico con tabacco e cartine era assolutamente necessario.
Zarko si siede al tavolo. Pivo? Sì, grazie.
“Chiediamo a uno dei motociclisti di farci una foto?”
Menomale che ci pensa lei, a noi non viene mai in mente di conservare un ricordo fotografico delle persone che incontriamo durante i nostri viaggi (abbiamo foto con Marija? Ecco, infatti, no…). Nel momento di più naturale relazione tra gli esseri umani percepisco la macchina fotografica come un oggetto che si interpone tra l’uomo e la realtà, un’irruzione di cui chiedere scusa.
Il motociclista afferra il cellulare che Max gli porge e scatta foto verticali, orizzontali, oblique, cambia postazione di scatto, ne fa altre. Volevamo una foto e ci siamo imbattuti in un Premio Pulitzer. Dopo qualche click i sorrisi si fanno meno naturali e iniziamo a confabulare tra di noi.
La sessione fotografica si conclude, confermiamo al fotografo la nostra soddisfazione di committenti (non avremmo comunque avuto la forza morale di chiederne un’altra di compensazione) e iniziamo ad accomiatarci da Šilja e dal suo paradiso di probabile abusivismo edilizio.
Un nuovo taxi ci aspetta nel piazzale polveroso del Far West, 500 dinari ci permetteranno di ritornare all’ostello. Andjela si premura che il tassista abbia capito la nostra destinazione.
Saliamo in macchina, guardiamo le cinture. Stavolta no.

***
Link di approfondimento:
Cuba Tropico Bar: pagina Facebook

***
Link alle puntate precedenti del racconto di viaggio:
Stay Balkan. 2808. – Prologo
Stay Balkan 1 – Niš

19 pensieri su “Stay Balkan. 2a parte.

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