Stay Balkan. 1a parte.

(…continua da qui…)

La prima e l’ultima giornata del viaggio sarebbero state quelle più pesanti, ne eravamo consapevoli da circa due mesi. Da quando, cioè, Max aveva avuto accesso ad un file Excel nominato “Serbia/Bulgaria/Macedonia 2016” che custodivo gelosamente nel mio spazio Google Drive.
“Dovrebbe fare questo nella vita, organizzare viaggi”, mi diceva la psicoterapeuta.
Credo fosse il suo modo cortese di suggerirmi che la maniacalità con cui preparavo le mie ferie avrebbe potuto avere almeno un ritorno economico ma anche che fino a quando non avessi manifestato derive socialmente pericolose lei non sarebbe intervenuta.
Prima di ogni viaggio compilo un Excel in cui inserisco tappe del viaggio, km/giornata, costo spostamenti, costo pernottamenti, costo stimato vitto, costo stimato vari ed eventuali. Da quest’anno l’Excel consta di un secondo foglio che riporta i luoghi che vorremmo visitare, indirizzi, eventuali orari e costi di ingresso.
Potrei dire, a mia parziale giustificazione, che avendo limitate disponibilità economiche e viaggiando in posti in cui l’accesso ad internet non è garantito trovo saggio cautelarmi. A mia parziale accusa, ammetto che probabilmente li compilerei comunque.

Da Oderzo a Niš sono 968 km, dice viamichelin, ovvero 10 ore e 15 minuti con attraversamento di 3 frontiere e acquisto della vinjeta slovena per la durata di 30 giorni.
Partenza prevista ore 5:00, partenza reale ore 5:30, ritorno a casa per recuperare il caricabatterie per le pile della macchina fotografica, partenza davvero reale ore 6.
Ad intervalli regolari mi spengo e mi riaccendo, devo tenere le gambe in posizione sufficientemente scomoda da non permettermi di addormentarmi e di privare Max di quel poco di compagnia che posso fare. In Croazia prendo le redini della Dacia, libero il primo pilota dalla noia automobilistica.
Le frontiere scorrono tutto sommato tranquille fino al confine tra Croazia e Serbia, che si dimostra abbastanza macchinoso. Capiremo poi che tutte le frontiere che comprendano una parte serba hanno un alto tasso di fastidio.

Arriviamo a Niš giusto in tempo per lasciare i bagagli in ostello, fare una prima passeggiata cittadina, trovare un simbolo politico con le 4 c (Само слога Србина спасава, Solo l’Unità Salva i Serbi) e assaggiare delle deliziose salsiccette affumicate in una locale kafana.
Il secondo giorno a Niš si inizia a fare sul serio, con due tappe di brutal grindcore architetturale e storico. I motivi per cui Max era entusiasta di fare tappa a Niš, ça va sans dire.

BUBANJ MEMORIAL PARK

DSCF1314Dormono sulla collina di Bubanj, a sud ovest di Niš, oltre 10mila persone.
Questo luogo, frequentato oggi dai cittadini di Niš per picnic e passeggiate con o senza cani, è stato uno dei più grandi teatri di esecuzioni nel territorio dell’ex Jugoslavia ed è stato dichiarato nel 1979 sito storico di eccezionale rilevanza.
Migliaia di serbi, rom ed ebrei furono raccolti dagli invasori tedeschi nel poco distante campo di prigionia di Crvni Krst e giustiziati qui nel corso della seconda guerra mondiale.
In soli due giorni, tra il 16 e il 17 febbraio 1942, morirono in questa area oltre 1400 detenuti.
Come per altri eccidi mondiali, il numero dei morti del parco memoriale di Bubanj è approssimabile solo per difetto, in quanto prima di arrendersi nel 1944 all’avanzata dell’Armata Rossa, i tedeschi commissionarono ai prigionieri italiani un ingrato compito storico: nascondere le tracce.
Furono scavate fosse, i corpi delle vittime furono accuratamente bruciati e le ceneri sparpagliate.

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Arrivando dal centro di Niš l’ingresso al parco commemorativo di Bubanj è costituito da una scalinata ai cui lati sorgono cumuli di immondizia.
“Forse gli abitanti che arrivano qui a piedi hanno talmente tanta fame da non poter aspettare di arrivare in cima alla collina per iniziare il picnic”, mi viene da pensare.
Alla fine della salita, una lastra di marmo orizzontale della lunghezza di 23 metri riproduce in stile anticoegiziano la storia dell’eccidio di Niš.
Sul lato sinistro della lastra, due militari nazisti sparano verso una fila di uomini che paiono impiccati, le cui salme sono distese poco oltre. Concludono il racconto verso destra una serie di pugni alzati al cielo in segno di resistenza e una poesia di Ivan Vučković che recita così: “Dal sangue dei comunisti e dei patrioti i pugni sono sorti: pugni di rivolta e di avvertimento, pugni di rivoluzione, pugni di libertà. Ci hanno sparato ma non ci hanno mai ucciso, mai soggiogato.  Abbiamo infranto il buio e pavimentato la strada verso il Sole”

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I tre pugni di Bubanj, opera dello scultore jugoslavo Ivan Sabolić del 1963, sono uno degli spomeniki più famosi e rappresentano il sacrificio di diverse fasce della popolazione: uomini, donne e bambini. I tre monumenti sono infatti di altezza diversa, a rappresentare la diversa proporzione dell’arto.

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Крв и Част, sede serba della rete neonazista Blood and Honour, ha ripetutamente preso di mira il memoriale di Bubanj. Blood and Honour nasce alla fine degli anni ’80 in Inghilterra come una sorta di etichetta musicale anticomunista. Combat 18, organizzazione legata a Blood and Honour, rappresenta la parte più aggressiva del movimento, accusata di numerosi assassini a sfondo razziale (1 sta per A, 8 sta per H, potete indovinare da soli a chi Combat 18 possa fare riferimento).
Ecco alcune frasi, spesso presenti in altri memoriali dello stesso tipo, con cui Blood and Honour Serbia ha imbrattato i tre pugni e la lastra di marmo a Bubanj: “Questo memoriale è una bugia comunista!!!” “I comunisti sono i veri criminali” “A morte i comunisti” “Qui i comunisti hanno ucciso i serbi”
Крв и Част nasce in Serbia nel 1995, a riprova che historia magistra vitae ma non per tutti.
Se volete ascoltare della musica di pessimo gusto e vedere palestrati ignoranti che indicano il numero 3 con la mano, inserite in un motore di ricerca “Крв и Част Србија”.

ĆELE KULA

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In 33 anni di vita non ho ancora trovato una risposta definitiva e soddisfacente alla domanda se l’uomo sia o meno intrinsecamente buono.
Posti come Srebrenica o Auschwitz ci porterebbero a pensare che no, l’essere umano non agisce sull’onda della bontà d’animo o dei suoi ideali. E non attacca solo quando viene invaso il suo territorio ma può farlo preventivamente e senza ratio alcuna. O, peggio, per desiderio di potere e affermazione.
Ćele kula impartisce un’insegnamento di questo tipo ma mi ha aiutato, come Jasenovac, ad applicare il primo principio della termodinamica alla storia, capendo che anche l’odio è un’energia che non si crea né si distruggono, si rielabora, si ricicla, si ripropone come i piatti meno digeribili. I peggiori crimini sono stati ispirati da altri atti e circostanze, e così via fino ad un punto lontanissimo nel tempo che non riesco ad individuare.
Ćele kula, la torre dei teschi, è un luogo estremamente cupo ma utile per la comprensione delle relazioni storiche e della limitatezza del pensiero “i serbi sono cattivi”.

Siamo nel XIX secolo e l’esercito ottomano, per attrarre e inglobare le truppe paramilitari, desiderose di razzie, ha stabilito questa regola: quando una città dell’impero si ribella e viene riconquistata, per 3 giorni e 3 notti i militari ottomani potranno agire liberamente a proprio piacere.

Nel 1809 Niš, come buona parte della penisola, si trova in territorio turco. Da cinque anni è in corso la prima rivolta serba che sta provocando una certa irritazione fra gli ottomani. I serbi, guidati dal comandante Stevan Sinđelić, prendono possesso della collina di Čegar e si avvicinano a Niš, nella cui fortezza si trova la base di comando dell’esercito ottomano guidato dal generale Hurşid Ahmed Pasha, inviato da Costantinopoli in Serbia con il preciso compito di sedare la rivolta. I serbi tentano ripetutamente di attaccare la fortezza ma vengono respinti. Dopo due mesi gli Ottomani organizzano una controffensiva, con un rapporto numerico tra i combattenti serbi e quegli ottomani di oltre 1:4.
Nel corso della battaglia Sinđelić e i suoi commilitoni restano isolati e piuttosto che arrendersi al nemico e di cedergli preziose risorse il buon Stevan decide di dare fuoco al deposito delle polveri facendo saltare in aria se stesso, 4000 compagni e 10000 ottomani.

Hurşid Ahmed Pasha vince la battaglia, ma il danno arrecato è ingente e la rivolta serba continua.
E questo non lo può perdonare.
Pasha ordina che i cadaveri siano decapitati e scuoiati e fa spedire le loro pelli imbottite di cotone o paglia alla corte di Istanbul come prova della vittoria (e richiesta di adeguato compenso)
Ma non basta. Commissiona la costruzione di una torre all’entrata principale della città di Niš in cui siano incastonati i teschi di chi aveva osato ribellarsi, a monito dei futuri aspiranti insorti.

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La torre, alta originariamente quasi 5 metri, inglobava 952 teschi, con quello di Sinđelić a svettare in cima. Negli anni successivi alla costruzione l’esposizione alle intemperie e i furti di teschi operati dalle famiglie serbe – che desideravano dare degna sepoltura ai loro cari – ridusse drasticamente il numero di teschi, fino ad arrivare agli attuali 58.
Nel 1815, grazie anche alla rivolta di Sinđelić, venne riconosciuto il Principato di Serbia come un’entità parzialmente autonoma e nel 1882 nacque il Regno di Serbia.
Fu quindi a partire da nuovi presupposti storico-politici che nel 1878 si decise di mettere al riparo la torre e nel 1892 fu costruita, grazie alle donazioni della popolazione serba, una cappella che conservasse il ricordo di coloro che erano morti per l’indipendenza.
Oggi Ćele kula resta una tappa breve, un po’ disturbante ma necessaria di una visita a Niš.
Una sorta di shottino al salto di una medicina molto, molto amara.

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Il comandante Stevan Sindelic

(… continua qui…)

***

Alcuni approfondimenti:

Spomeniki in ex Jugoslavia
Il parco memoriale di Bubanj e Blood & Honour
Tre uomini in bici: Niš
La torre dei teschi di Niš

***
Link alle puntate precedenti del racconto di viaggio:
Stay Balkan. 2808. – Prologo

23 pensieri su “Stay Balkan. 1a parte.

  1. Complimenti per il diario di viaggio! E per aver condiviso il mio post sulla torre dei teschi….mi è venuta voglia di tornare a scrivere del mio viaggio in Serbia di due anni fa, i cui taccuini custodisco gelosamente, e che effettivamente ancora non ho condiviso tra le pagine del blog, se non in un paio di post. Bellissimo paese!

  2. Grazie dei complimenti! Io sono una assoluta sostenitrice del disseppellimento dei taccuini di viaggio quindi secondo me dovresti recuperare i racconti e pubblicarli!
    In Serbia abbiamo fatto una tappa molto rapida quest’anno, soprattutto per spezzare il conteggio chilometrico, mentre l’anno scorso avevamo passato qualche giorno a Belgrado. E’ sicuramente uno stato che merita una visita più approfondita!

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