Eravamo solo dei soldati, delle pedine, dei sottufficiali non abbastanza importanti per prendere iniziative.

Nel “Il libro del buio”, Tahar Ben Jelloun racconta il destino dei militari coinvolti nel golpe fallito in Marocco del 1971, rinchiusi per anni nella prigione sotterranea di Tazmamart in assenza di luce. Sono andata a rileggermi alcune pagine dopo i fatti degli scorsi giorni e le ho trovate sempre angoscianti e attuali…

 

“Dalla notte del 10 luglio 1971, non ho più età. Non sono né invecchiato né ringiovanito. Ho perso la mia età.
Non è più leggibile sul mio volto. In realtà non sono più qui a darle un volto. Mi sono fermato dalla parte del nulla, dove il tempo è abolito, lasciato in balia del vento, abbandonato all’immensa spiaggia di panno bianco scossa da una brezza leggera, offerto al cielo svuotato degli astri, delle immagini, dei sogni d’infanzia che vi trovavano rifugio, svuotato di tutto, persino di Dio. Mi sono messo da parte per imparare l’oblio, ma non sono mai riuscito a essere completamente nel nulla, nemmeno con il pensiero.
La sventura è arrivata come una certezza, una bufera, un giorno in cui il cielo era azzurro, così azzurro che per qualche secondo i miei occhi abbaglianti persero la vista, la mia testa stordita si piegava come se stesse per cadere. Sapevo che quello sarebbe stato il giorno dell’azzurro macchiato di sangue. Lo sapevo così intimamente che feci le abluzioni e pregai in un angolo della camerata dove regnava un silenzio opprimente. Feci addirittura una preghiera supplementare per l’addio alla vita, alla primavera, alla famiglia, agli amici, ai sogni, ai vivi. Sulla collina di fronte, un asino mi guardava con quell’aria desolata e triste che hanno gli animali per compatire il dolore degli esseri umani. Penso: “Almeno lui non sa che il cielo è azzurro, e non ha sangue da versare”.
Chi ricorda ancora i muri bianchi del palazzo di Skhirate? Chi ricorda il sangue sulle tovaglie, il sangue sul prato verde brillante? Ci fu una brutale mescolanza di colori. L’azzurro non era più nel cielo, il rosso non era più sui corpi, il sole leccava il sangue con inaudita rapidità, e noi avevamo gli occhi pieni di lacrime. Colavano da sole e ci bagnavamo le mani che non riuscivano più a reggere le armi. Eravamo altrove, forse nell’ aldilà dove gli occhi rovesciati lasciano il viso per collocarsi nella nuca. I nostri occhi erano bianchi. Non vedevamo più il cielo né il mare. Un vento fresco ci accarezzava la pelle. Il rumore delle detonazioni si ripeteva all’infinito. Ci perseguiterà a lungo. Ormai sentiremo solo quello. Le nostre orecchie erano sature. Non so più se ci arrendemmo alla guardia reale, quella che dava la caccia ai ribelli, o se fummo arrestati e disarmati da ufficiali passati nel campo avverso quando avevano visto che il vento era cambiato. Non avevamo nulla da dire. Eravamo solo dei soldati, delle pedine, dei sottufficiali non abbastanza importanti per prendere iniziative. Eravamo corpi che avevano freddo nella calura di quell’estate. Con le mani legate dietro la schiena, ci avevano gettati su camion dove venivano ammassati morti e feriti. La mia testa era incastrata fra due soldati morti. Il loro sangue mi entrava negli occhi. Era caldo. Entrambi avevano perso merda e piscio. Avevo ancora il diritto di provare schifo? Vomitai bile. A cosa pensa un uomo quando gli scorre sul viso il sangue degli altri? A un fiore, all’asino sulla collina, a un bambino che gioca al moschettiere con un bastone come spada. Forse non pensa più. Cerca di abbandonare il proprio corpo, di non esserci, di credere che sta dormendo e sta facendo un bruttissimo sogno.
No, sapevo che non era un sogno. I miei pensieri erano chiari. Il mio corpo tremava tutto. Non mi tappai il naso. Respiravo il vomito e la morte a pieni polmoni. Volevo morire asfissiato. Provai a infilare la testa in un sacco di plastica posato vicino ai cadaveri. Riuscii soltanto a provocare la collera di un soldato, che mi tramorti’ con un calcio alla nuca. Perdendo conoscenza, non sentivo più il puzzo dei cadaveri. Non sentivo più nulla. Ero sollevato. Mi risvegliò il calcio di un fucile contro le tibie.
Dove eravamo? Faceva freddo. Forse all’obitorio dell’ospedale militare di Rabat. La selezione tra i vivi e i morti non era stata fatta. Alcuni gemevano, altri sbattevano la testa contro il muro, imprecando contro il destino, la religione, l’esercito e il sole. Era troppo forte, troppo luminoso. Altri gridavano: – Ma quale colpo di stato? Il nostro motto è nel nostro sangue: “Allah, la Patria, il Re”-. Ripetevano questo slogan come una litania che avrebbe riscattato il loro tradimento.
Io non dicevo niente. Non pensavo a niente. Cercavo di fondermi nel nulla e di non sentire né provare più nulla.”

il trasporto dei militari golpisti in Turchia, 17.07.2016. Fonte: Euronews

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...