Nel lettone

Quando ero piccola il lettone era il luogo perfetto. A one-place world.
Mi chiudevo nella cassapanca che fungeva da testiera del letto in un’immaginaria maratona di nascondino. Giocavamo io, il buio e i cuscini.
Il lettone era la concessione delle feste, lo spazio riguadagnato tra mamma e papà. Era il punto di ritrovo di noi cugini quando i miei zii si erano alzati la mattina di Natale. Il bar dove mia mamma beveva (e beve ancora) il primo caffè del giorno.

Quando sono cresciuta il lettone è stato altro. E’ stata la rivincita sull’area risicata del letto infantile ma anche la superficie smisuratamente grande in cui desiderare il calore di un altro essere umano. Il territorio del gatto e delle sue scie di pelo. Il terreno comodo, spazioso, freddo in cui addormentarsi in diagonale senza fare un torto a nessuno. O al massimo al gatto.

Ora il lettone è lo spazio adulto di coppia. E’ il giardino segreto dei discorsi che si accumulano sulla soglia della sera e che iniziano immancabilmente con un “Pensavo…”
E’ il superamento del desiderio giovane di andare in camporella (“Sai cosa? Arriviamo a casa che almeno stiamo comodi” “Sì, meglio”). E’ il tetris tra due corpi umani e uno felino che durante la notte si plasmano, si ridispongono, si avvicinano.
E’ la mensola dei libri e dei biscotti, dei vestiti, delle matite. La porta dimensionale dei calzini persi. L’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo contatto di pelle del giorno.

letto

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