Go Balkan – 9a parte

(continua da qui…)

“Ma hai capito esattamente dov’è?”
“Aspetta che riguardo la foto della mappa del tunnel di Sarajevo… Il trampolino è sul Monte Igman, Malo Polje”
“Ok… Mh… no, il navigatore non lo trova. ”
“Aspetta che proviamo a cercare una wifi aperta”
Max guida a 10 km/h tra le stradine del quartiere residenziale di Hrasnica, io rincorro con il cellulare le connessioni non schermate. Mi sento un hacker, ma immagino di somigliare più ad una ragazzina alle prese con il filo annodato di un aquilone. Una ragazzina senza pazienza, per la precisione.
“Ma ziobilly Max, potevi trovare due informazioni geografiche in croce! Aspetta che qui prende, provo a guardare nell’articolo di Vice… Macché, non c’è mica nulla. E adesso? Non possiamo mica girare a caso fra i monti bosniaci!”
La differenza tra me e Max, oltre al credo religioso, alla fisicità, alla fiducia nella politica… La differenza vera tra me e Max, quella che più emerge nella vita di tutti i giorni, è che io sono ansiosa e tendo a voler avere il controllo sulle cose, mentre lui nei miei stati di agitazione rimane imperturbabile, e questo da un lato mi fa venir voglia di finirlo a morsi e dall’altro mi risolve la vita.
“Aspetta, guardo su Navmii i punti di interesse. Trovato! Vedi?”
Sì. Vedo.

Ci sono due strade che da Hrasnica portano al trampolino olimpico di Sarajevo 84: una cinge il monte in una spirale sempre più stretta, l’altra scavalca la montagna con arrogante risparmio chilometrico.
Entrambe le vie secondo Navmii sono degne dell’attribuzione di un nome ed entrambe le vie possono essere percorse in macchina in circa 30 minuti.

A mesi di distanza non capisco ancora come sia stato possibile che la nostra cieca fede nel navigatore e nella toponomastica bosniaca non abbia in quell’occasione vacillato, portandoci con decisione ed ottimismo ad imboccare la strada che scavallava il monte Igman.

La strada del risparmio chilometrico, ancor prima di incrociare la montagna, aveva già dato prova di raro interesse etnografico: ai bordi della città di Hrasnica l’andatura solenne di una fila di uomini e donne colorati ci aveva condotti a pochi metri da un banchetto nuziale.
La sorpresa che noi percepivamo come equamente distribuita tra un loro banchettanti e un noi turisti sconsiderati, ad una analisi successiva non appare più così bilanciata: i due foresti in località poco turistiche avevano l’aggravante di volersi inerpicare sul monte Igman a bordo di una Dacia con targa italiana.

La pavimentazione in asfalto che aveva accompagnato i nostri primi passi sulla Igmanska Cesta cedette presto il passo ad un fondo sassoso, fortemente irregolare e denso di massi, crepe e terriccio.
Da una prima osservazione della larghezza della strada risultò chiaro che il passaggio contemporaneo di due macchine sarebbe stato pressoché impossibile: una delle due automobili avrebbe dovuto azzardare una poco agevole retromarcia montana.

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“Mia mamma ne morirebbe”, continuavo a pensare, intervallando questo pensiero al mantra “Tra un po’ dovrebbe migliorare la strada, magari immettendosi in una più larga e solida. Vedrai se non è vero che tra un po’ migliora la strada e si immette in una più larga e solida. Le ultime curve e poi la strada migliora e si immette certamente in una più larga e solida”.
Mi arresi di fronte all’apparizione di 3 degli unici 4 esseri umani che avremmo incontrato in circa un’ora e mezza di traversata.
A lato strada una vecchia Polo cercava di ristabilire la propria temperatura interna ansimando attraverso il cofano aperto. Tre uomini bosniaci lodavano San Nema Problema deglutendo birra e chiacchierando accanto alla macchina in ebollizione.
La scena in qualche misura ricalcava quella del banchetto nuziale: il contesto era strano ma quelli più fuori contesto restavamo comunque noi.
Mentre procedevamo all’andatura di 10-15 km/h zompettando da una parte all’altra della strada per evitare i crateri, in una automobilistica versione del gioco della campana, realizzammo che cosa rendeva davvero la Dacia Logan un’ottima compagna di viaggi incoscienti: una lamina metallica a protezione del motore.
Quei rintocchi metallici che sentivamo provenire da sotto la macchina avrebbero decretato il “game over” per la maggior parte degli avventurieri dotati di macchine occidentali.
Ma i rumeni conoscono bene le strade dei loro vicini di casa, ecco perché creano macchine con il doppio fondo: per farti arrivare a destinazione anche quando non sai dove stai andando.

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Dopo qualche chilometro di strada iniziarono ad apparire qua e là dei timidi cartelli che indicavano Veliko Polje a sinistra e Malo Polje a destra.
Una piccola bicicletta chiosava tutti i cartelli dato che, come avremmo poi scoperto, i bosniaci quelle strade le percorrono in mountain bike.
E infatti il quarto e ultimo essere umano incontrato sulla Igmanska Cesta  (omettendo il paracadutista francese ricordato da una piccola lastra commemorativa lungo la strada, in quanto già morto) era un ciclista sorprendentemente poco sudato.
A bordo strada una sorta di muraglia balcanica formata da tegole e altri materiali inerti edili testimoniava il passaggio anche di altri mezzi più grossi, furgoncini o trattori, che usavano l’Igman come discarica a cielo aperto.
Il percorso proseguì invariato finché pochi chilometri e molti minuti dopo la nostra Cesta si immise nella R442a, una strada asfaltata, larga, a due corsie: l’altro percorso che secondo Navmii (questa volta a ragione) avrebbe permesso di raggiungere il trampolino olimpico di Sarajevo 84 in circa 30 minuti.

“Che noia guidare su questa strada, l’altra era più divertente” fu il primo commento di Max quando le ruote della Dacia saggiarono il nuovo terreno.
Nella mia malcelata borghesia avevo smesso di divertirmi dopo circa 10 minuti di Igmanska Cesta e fui lieta di riscoprire i piaceri dell’asfalto.

Dopo poche curve il complesso del trampolino olimpico di Sarajevo 84 si palesò ai nostri occhi in tutta la sua maestosità e decadenza.

Di quello che fu il teatro di uno straordinario momento di gloria nazionale non è rimasto molto e il prezzo che questi muri hanno pagato per restare verticali è stata la complicità nell’orrore bellico, il soggiogamento ad una malsana idea di riciclo.
Il podio che nell’84 consacrò il volo di 116 metri di Matti Nykänen fu anche l’ultimo terreno sotto i piedi di uomini sommariamente giustiziati dai (para)militari serbi durante la guerra.
L’edificio da cui la stampa e le autorità ammiravano i salti degli atleti divenne reggia del paese cuscinetto dell’ONU. Oggi è vuoto, sfondato e ha gli angoli smussati a forza di mitragliate.
Tutto è stato ceduto, rimpastato, tolto alla sua ingenuità.
Ai piedi della vallata un bar – ristorante rinfranca gli sciatori che prendono lo skilift per raggiungere gli impianti ancora in uso, oltre i trampolini olimpici.
Il secondo piano dello stabile, che in un progetto del 2010 avrebbe dovuto diventare un ristorante con terrazza panoramica, è totalmente sventrato.

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Per riportare in funzione gli impianti di Sarajevo 84 servirebbero soldi. Tra i sette e i dieci milioni di euro, comunque troppi, soprattutto se rapportati ai 14 miliardi di euro del PIL nazionale (per dare un riferimento, il PIL italiano ammonta a 1500 miliardi di euro).
Quando Sarajevo è stata proposta per ospitare le olimpiadi invernali del 2010 non sono stati quindi in molti a prendere l’idea sul serio. Sicuramente non il comitato olimpico, che ha scartato il progetto senza pensarci troppo su.

Diventare cattedrali nel deserto è un destino comune a molti degli impianti dei grandi eventi sportivi mondiali: casi esemplari sono Atene 2004, Torino 2006, Pechino 2008 e molti, molti altri.

Non sempre, come accaduto a Sarajevo, c’è una guerra di mezzo.  A volte è semplicemente questione di sprechi, mafia o economia irresponsabile.

(…continua qui…)

***

Alcuni link di approfondimento:

Un progetto fotografico di Darren Nisbett sul post-Sarajevo 84
Una riflessione di Lettera43 sui costi dei giochi olimpici
Una testimonianza dai Balcani sulle aspettative e il destino di Sarajevo 84

***

Link alle puntate precedenti del racconto di viaggio:
Ritorno nei Balcani – Prologo
Go Balkan 1 – Zagreb
Go Balkan 2 – Podgarić e Jasenovac
Go Balkan 3 – Beograd
Go Balkan 4 – Srebrenica (1a parte)
Go Balkan 5 – Srebrenica (2a parte)
Go Balkan 6 – Sarajevo (1a parte)
Go Balkan 7 – Sarajevo (2a parte)
Go Balkan 8 – Sarajevo (3a parte)

4 pensieri su “Go Balkan – 9a parte

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