le trovai difficili, le lasciai lì…

La prima volta che lessi le poesie in friulano di Pasolini ero un ragazzo, uno studente, le trovai difficili, le lasciai lì… Poi negli anni –  come accade spesso con le cose messe da parte o lasciate sul comodino –  ritornandoci, compresi perché, da ragazzo, inconsapevole, immaturo, forse, non mi era stato possibile comprendere quei versi, che invece parlavano a me dei miei luoghi, i luoghi della mia infanzia. Quelle parole così mie, quei suoni, proprio quelli di mio padre, quella lingua che si parlava a tavola, mi raccontavano quella terra di ” primule e temporali”, di feste e sagre paesane, di vento, di corse in bicicletta a perdifiato, dell’avvicendarsi delle stagioni nel lavoro dei contadini. Di colori, suoni e profumi. Di quello che fu la guerra e ciò che venne dopo e dopo ancora e di me e di noi, e di quell’acqua:

Fontana di aga dal me país.
A no è aga pí fres-cia che tal me país.
Fontana di rustic amòur.

Insomma i miei ricordi invece di assumere i toni malinconici del passato, si sono ravvivati, fatti nuovi, simili a sogni, e ho così  immaginato di poter raccontare un aspetto di quella vita e di quel tempo che nella poesia di Pasolini si fanno memoria collettiva.
Perché  la Poesia , una tra le più alte forme d’arte, non è scissa dalla vita, ma è lì che nasce  e risiede. I suoi versi seguono un ritmo, come i versi di una canzone seguono la musica, musica tanto cara a Pasolini.
Forse, se chiudo gli occhi, riesco ad immaginarlo in città, a Roma, nella sua casa, che ascolta Bach, e allo stesso tempo a Casarsa, mentre percorrendo quella piccola piazza e le strette viuzze o i campi dove si bruciano le stoppie, rimane rapito dalle musiche e dalle canzoni della gente, da quelle poesie del quotidiano che sono le villotte e le filastrocche a lui tanto care.

Grazie a tutta quella poesia, scritta o cantata, o sognata, sono stato di nuovo bambino, ho rivisto e visto con occhi nuovi quei luoghi, e anche io attraversando piazze e vie mi sono unito alla sagra del paese, ho cantato e ballato e ho brindato alla vita, e ciò che vorrei fare è trasmettere quelle parole che ho sentito tanto mie, a cui in qualche modo appartengo. Forse non tutte saranno comprensibili, ma sono convinto che il dialetto, ogni dialetto, attraverso la sua musicalità diventi evocativo, anzi, Pasolini sosteneva che quando il dialetto viene utilizzato per esprimere alti concetti e alti sentimenti si fa Lingua, e con i suoi suoni ci entra nell’anima e ci porta altrove.

Giuseppe Battiston, autore dello spettacolo “Non c’è acqua più fresca”, dedicato alla poetica di Pier Paolo Pasolini

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