Go Balkan – 6a parte

(…continua da qui…)

Sarajevo la bella non era un essere di questo mondo*. Non lo era davvero.
Rappresentava il sogno della coesistenza e della fusione di culture, lingue  e religioni, l’auspicio di un tocco tra oriente ed occidente che fosse carezza e non scontro di civiltà. Aspettavo da anni la fine dei lavori di restauro della “Vijećnica”, l’edificio che ospitò fino al 1948 il municipio (“vijećnica”, appunto) di Sarajevo e poi divenne sede della biblioteca nazionale di Bosnia Erzegovina.
L’edificio che tutti ricordiamo in fiamme, in una delle fotografie più rappresentative dell’assedio della città.

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Tra il 25 e il 26 agosto 1992 il 90% dei libri della biblioteca nazionale bosniaca divenne cenere. L’edificio fu colpito sì per la sfortunata locazione, esposta ai colpi degli “uomini delle montagne”, ma l’accanimento delle granate era mirato soprattutto a cancellare un simbolo di cultura nazionale. Bruciarono oltre due milioni di libri, testi rari, giornali, manoscritti, cadde il soffitto, crollarono le pareti, mentre vigili del fuoco, volontari e personale della biblioteca cercavano di salvare il salvabile.
Quel salvabile 10%, appunto.
Ci sono voluti oltre 20 anni per ridare la Vijećnica alla sua città, per rimpastare quelle macerie e farne un nuovo edificio. Ventanni e contributi provenienti da tutto il mondo:  Spagna, Ungheria, Austria, Montenegro, Slovenia, Albania, Francia, Olanda, Cipro, Norvegia…

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La nuova Vijećnica è gialla e rossa, molto gialla e molto rossa, quasi come se la vividezza dei colori potesse colmare la lacuna storica e ripagare Sarajevo dello spargimento di sangue di carne e di sangue di carta.
Così mi appariva anche ad aprile dello scorso anno, quando, a una manciata di giorni dallinaugurazione, un muretto metallico teneva ancora segregata la Biblioteca.
Ora quellultima frontiera è crollata, lasciando visibili i gradini, le colonne, le finestre del piano inferiore.

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Vicino all’ingresso una lastra in inglese (adornata con un piccolo rattoppo linguistico) ricorda ai più giovani fatti che non hanno potuto vedere e che altri vorrebbero dimenticare. I giorni in cui “Fahreneit 451” dovette cedere il passo alla realtà storica.
Arriviamo alla Vijećnica verso le 9 del 21 agosto, scoprendo dalla comunicazione non verbale della donna delle pulizie che a quell’ora non ci avrebbe aperto proprio nessuno. Un’ora più tardi consegniamo i 10 KM (circa 5 euro) dei due biglietti all’ingresso. Un cartello all’ingresso chiarisce che non possiamo portare armi dentro l’edificio. Siamo sostanzialmente d’accordo, quindi entriamo.

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Quello che ci accoglie è uno spazio ampio, luminosissimo e completamente inondato da musica classica di ignota provenienza. Le colonne e gli archi spingono lo sguardo verso l’alto, dove alla fine della salita gli occhi incrociano una colorata vetrata esagonale.
Nella spinta di ogni colonna regna la volontà di ripartire dalla terra e rilanciare verso il cielo ciò che i peggiori istinti umani avevano sbriciolato.

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Lo spazio centrale della sala è in larga misura occupato da ampi pannelli che ricordano fotograficamente la strage di Srebrenica. Il risultato è un po’ strano e disarmante (ecco, forse era questo il disarmo di cui parlavano i cartelli all’entrata): in uno dei luoghi fondanti della resistenza di Sarajevo, riaperto dopo 20 anni di assenza, si è scelto di raccontare un’altra storia.

Una lunga scalinata elegante porta il visitatore alle arcate superiori, da cui si accede ad alcune sale predisposte per comizi e votazioni. Altre sale, vuote, reclamano un loro ruolo futuro. Altre ancora rimangono chiuse nella loro aura di mistero.

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Una scala più nascosta e dimessa scende invece verso un piano sotterraneo che raccoglie la storia della Vijećnica e del suo habitat: la Sarajevo austrungarica e la costruzione dell’edificio, Gavrilo Pincip e l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando, la capitale durante la seconda guerra mondiale, la Sarajevo assediata e vitale nel suo fermento culturale, il violoncello diVedran Smailović, il bombardamento della Vijećnica e la sua ricostruzione.
Testimonianze che avrebbero dovuto, a mio avviso, trovare spazio nell’atrio centrale dello stabile, dato che ne esprimono l’essenza e la magnifica forza.
Dei libri che resero viva e tragica la Vijećnica, ad ogni modo, non c’è traccia. E in fondo è logico e razionale, nei 20 anni di chiusura dell’edificio Sarajevo doveva continuare a vivere, come aveva imparato a fare anche sotto le granate, e a raccogliere il frutto della sua cultura. E l’ha fatto in altri luoghi.
Ma non posso non desiderare la presenza ristoratrice dei libri nel posto in cui, in poche ore, furono arsi secoli di cultura mondiale.

* parafrasi di “Remedios la bella non era un essere di questo mondo” (Cent’anni di solitudine, G.G.Marquez)

(…continua qui…)
***

Qualche link:

Da ST – Fotos, un racconto fotografico della nuova Vijećnica
Il restauro della Vijećnica illustrato in una tesi di laurea (fonte: Osservatorio Balcani e Caucaso)
Il sito ufficiale della Vijećnica (purtroppo senza traduzioni dal serbo-croato)

***
Link alle puntate precedenti del racconto di viaggio:
Ritorno nei Balcani – Prologo
Go Balkan 1 – Zagreb
Go Balkan 2 – Podgarić e Jasenovac
Go Balkan 3 – Beograd
Go Balkan 4 – Srebrenica (1a parte)
Go Balkan 5 – Srebrenica (2a parte)

3 pensieri su “Go Balkan – 6a parte

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