Go Balkan – 5a parte

(… continua da qui…)

Per capire davvero i fatti di Srebrenica bisogna visitarla.
Non è una questione di voyerismo dell’orrore, di perversione storica, di ricerca del macabro o di autosuggestione.
E’ la geografia, bellezza.
La vera comprensione dei concetti che il sussidiario elencava e noi ci siamo portati appresso per anni.
“Conca:
In geografia fisica, cavità della superficie terrestre chiusa, o quasi, da ogni lato

Arriviamo a Potočari da Nord-ovest, da Bratunac, percorrendo quel nastro di ambiguità che collegava Belgrado e Slobodan Milošević alle truppe paramilitari di Ratko Mladić e altre belve.
Di fronte a quello che fu il quartiere generale della Dutchbat  (il battaglione ONU olandese) sorge il cimitero memoriale in cui dormono attualmente poco più di 6.200 corpi, a fronte degli 8.372 indicati nella lapide in ingresso (“il numero totale di vittime, che non è definitivo”) e degli oltre 10.000 reclamati dalle famiglie.
Come in tutti i cimiteri del mondo, anche qui il numero di tombe va crescendo. Ma a differenza degli altri cimiteri, i nuovi sepolti del “Cimitero memoriale di Srebrenica – Potočari per le vittime del genocidio del 1995” non sono gli ultimi deceduti bensì quelli la cui l’identificazione del DNA è stata più difficile. Quelli, detta altrimenti, i cui corpi sono stati brutalizzati con più rabbia e disseminati in 3, 4, addirittura 5 fosse comuni.

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Nel parcheggio accanto al memoriale si ferma un vecchio Ford Transit targato UK, degli anni 80 o forse addirittura 70, decreta Max. Io annuisco, non penso di poter fare di più dall’alto della mia scarsa cultura automobilistica, però in effetti pare piuttosto vissuto.
Dal pulmino scende una famiglia dalla pelle olivastra composta da 7 persone: madre, padre, nonna, 3 figli maschi e una bambina.
La nonna, in carrozzina, indossa il velo come le donne che una volta abitavano le nostre campagne e pare vivere con uno spirito diverso, più sofferente,  questa anomala gita di famiglia.
Saranno arrivati fin quì con quel rottame? Quante ore possono averci impiegato? Quante pause pipì saranno necessarie per un viaggio dalla Gran Bretagna alla Bosnia? Quali vicende personali li hanno portati qui?
Li seguiamo all’interno del memoriale.

Di fronte all’ingresso si erge un padiglione in cui un imam e un piccolo gruppo di fedeli sono raccolti in preghiera. Un vecchio siede poco distante e li ascolta in silenzio. Il padiglione, aperto sui lati, mescola la loro preghiera ai suoni del vento e ai bisbigli dei visitatori.
Attorno  al padiglione si apre un anfiteatro di pietra, una muraglia di identici nomi ed identici cognomi che le famiglie di visitatori scorrono piano.
Questi li conoscevamo.
Questi forse sono parenti di quella famiglia che abita lì…
Leggendo i nomi ripenso ai ragazzi che ho visto crescere a Gornja Orahovica. Riconosco i loro nomi, i loro cognomi…

(Unica foto presa dal web. Eravamo convinti di averla fatta, ma evidentemente no.)

Il cielo sopra Potočari nel frattempo si fa a chiazze grigie e blu oltremare.
Quella che in lontananza appariva come una fitta distesa di casette bianche appuntite e regolari diventa un’ordinata schiera di lapidi, spesso abbracciate da collane, fiori o bandiere.
Il ventennale del genocidio è passato da poco più di un  mese e i segni della celebrazione sono ancora qui, a disposizione del temporale in arrivo.
E il temporale infatti arriva, ci sovrasta e ci macchia in un modo inaspettato.
Ci macchia a livello uditivo, emotivo, storico.
Siamo in una conca al segreto dal mondo con l’incombenza di qualcosa di terribile e l’impossibilità di fermarlo.
Sentiamo i suoni sordi, in avvicinamento, di ciò che accadrà.
E quello che accadrà è ovunque, e i colpi arrivano da ovunque.
Siamo in una conca.
Una dannatissima conca.

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Il padre della famiglia del furgoncino (che scopriremo poi essere turca) si avvicina ad una lastra con un’iscrizione in arabo, la legge e poi spinge i figli verso il lato della lastra in cui è riportata la traduzione in inglese di una preghiera.

“Nel nome di Dio
il più misericordioso
il più compassionevole

Noi preghiamo Dio Onnipotente:
possa il lamento diventare speranza
possa la vendetta diventare giustizia
possano le lacrime delle madri
diventare preghiere.
Che non ci sia più
un’altra Srebrenica
per nessuno
e in nessun luogo.”

Max e io ci sediamo in fondo al memoriale, ne respiriamo l’aria mista all’acqua, guardiamo le famiglie raccolte attorno alle tombe e le persone che passeggiano accanto alle liste infinite di chi ha trovato una coperta di terra con cui coprirsi.
Per la prima volta nella mia vita guardo le montagne e sento di averne paura.

Mentre ci spostiamo verso il compound olandese che fu il teatro della disfatta dell’Onu a Srebrenica,  un uomo sui 35 anni ferma Max appena fuori dal memoriale e si presenta.
“My name is Samir”
Vuole sapere se è la prima volta che visita Srebrenica, da dove viene, se davvero è italiano (Max esteriormente sembra un ayatollah vestito da metallaro)…
Lo ringrazia del lungo viaggio fatto per essere a Srebrenica e ripete a voce ciò che tutto il memoriale ribadisce in ogni suo centimetro di terra e marmo. “Il mondo deve sapere”

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All’ingresso della base ONU di Srebrenica è rimasto il lastrone HQ Dutchbat. Headquarter Dutchbat. “Bat” è l’abbreviazione di “battallion” ma dato che non hanno alzato un solo dito per difendere chi si era rifugiato nel territorio della base, forse anche “pipistrelli olandesi” andrà bene come traduzione.
Appena dietro il primo, un altro lastrone riporta la scritta UN, diventata qui l’acronimo di United Nothing. Il niente unito.
Entrambi le pietre sono ricoperte da una lastra di vetro e non posso fare a meno di chiedermi quanto negli abitanti di Srebrenica possa ancora essere forte la voglia di imbrattarle.
Lo dico da persona pacifica, moderata, da una che di solito sta alle regole: la tentazione di sputarci sopra per me sarebbe forte.

All’interno di quella che fu prima una fabbrica di accumulatori e poi base (il)logistica del battaglione olandese è stata allestita una mostra permanente che racconta l’orrore di Srebrenica. Video (tra cui spezzoni di “A cry from the grave“), fotografie degli oggetti ritrovati a Srebrenica, dei morti, dei vivi e della morte che portano dentro, fotografie e storie dei mandanti del genocidio, compresi quelli accusati di crimini contro l’umanità e condannati a 5 anni appena di reclusione.

Le fotografie raccontano anche quello che gli olandesi si sono premurati di cancellare con cura dalle pareti del compound: i segni del loro disprezzo verso i bosniaci.

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In alto a destra: “Il mio culo e’ come un “locale”, ha lo stesso odore”

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A sinistra: “Sono il tuo migliore amico, ti ammazzo senza motivo” – a destra “Ecco le regole dell’unità Lima 6! (in inglese: six)  “Huh huh, ha detto sesso (in inglese: sex)!”

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Sopra: “Non ha denti? Ha la barba? Puzza di merda? E’ una ragazza bosniaca!” – Sotto: “UN: il niente unito”

Si potrebbero fare dei lunghi discorsi sul perche’ a Srebrenica gli olandesi abbiano mandato dei ragazzini a rappresentare l’Onu, della pura carne da macello totalmente impreparata (anche culturalmente) a ciò a cui andava incontro.

Ci sono molte responsabilità occidentali in quello che è successo 20 anni fa a Srebrenica. La responsabilità di chi poteva agire e non ha agito, di chi doveva difendere e non l’ha fatto – o, peggio ancora, insultava –  le responsabilità di chi doveva fare sapere al mondo e non l’ha ritenuto necessario, di chi poteva informarsi e ha sminuito, di chi poteva aiutare e ha visto troppa distanza.
Queste sono colpe che solo in minima parte sono sanabili e coinvolgono soprattutto i processi all’Aja e nei tribunali locali.
Quella che resta a noi “comuni mortali” è la responsabilità della testimonianza e del racconto, che non riguardano però solo il passato.

Riguardano anche la bellezza dei gruppi di giovani raccolti in piazza a Srebrenica per stare insieme, riguardano progetti come quello della Cooperativa insieme, riguardano la vita di chi è rimasto e di chi ci è nato, anche dopo il 1995.

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(… continua qui…)
***

Link alle puntate precedenti del racconto di viaggio:
Ritorno nei Balcani – Prologo
Go Balkan 1 – Zagreb
Go Balkan 2 – Podgarić e Jasenovac
Go Balkan 3 – Beograd
Go Balkan 4 – Srebrenica (1a parte)

3 pensieri su “Go Balkan – 5a parte

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