Go Balkan – 4a parte

(continua da qui…)

“S come Sarajevo. Noi, tutti noi, non potevamo non vederla! Il tram fermo sui binari, la scritta sul muro con lo spray “Welcome to hell”, benvenuti all’inferno. Le donne con la borsa della spesa che attraversano la strada correndo, piegate su se stesse…. Guarda! La fila per il pane. Il viale dei cecchini. L’Holiday Inn. La strage del mercato.
S come Sarajevo. Noi, tutti noi non potevamo non vederla,  ma Srebrenica, chi se la ricorda, via! Ma è grande come la capocchia di uno spillo! In terra di Bosnia, ma proprio lì ai confini con la Serbia dove per 3 anni  sono vissute assediate 40 mila persone, dico 40 mila. I sopravvissuti raccontano “che per per i primi 11 mesi nessuno è venuto a chiederci niente, neanche un giornalista, né la Croce rossa, né l’ONU, né dalla Bosnia, né dal mondo. Nessuno”
“Ma come nessuno?”
“Nessuno. ”
Oggi ci sono le testimonianze, i processi tuttora in corso al tribunale penale dell’Aja, nelle corti interne. Immagini poche, pochissime su Srebrenica.
Allora io decido che imparo un nuovo alfabeto. A come Srebrenica. Eccolo qua. E ci siamo dentro tutti.

A come Srebrenica
, spettacolo teatrale di Roberta Biagiarelli

Srebrenica è come la milza. Scopri di punto in bianco che ce l’hai dentro e fa malissimo, ma fino a quel momento nemmeno sapevi di averla.
Eppure Srebrenica dovrebbe essere la A, l’inizio e la fine di ogni ragionamento sull’Europa, su questa disunita unione che con estrema facilità decreta chi sono i civili e chi sono i selvaggi, chi ha diritto di vivere e chi no.
Vent’anni fa i selvaggi erano i popoli balcanici che si trucidavano oltre l’Adriatico. Oggi i selvaggi sono gli uomini che lanciano le loro vite oltre il mare Mediterraneo.

Srebrenica, la capocchia dello spillo, si trova in mezzo tra Belgrado e Sarajevo,  a pochi chilometri dal confine tra la repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina e la Serbia.
Dalla grande capitale Belgrado si arriva a Valjevo (anch’essa bombardata dalla NATO durante la guerra del Kosovo) sulla  strada europea E763.
Da lì in poi le strade diventano sempre più tortuose e rudi, quasi a tentare di dissuaderti dal voler andare avanti, verso Srebrenica.
Iniziano i tornanti, il paesaggio aspro e montano.
Inizia il regno di quelli che gli abitanti di Sarajevo chiamavano gli “uomini delle montagne”, quelli che sparavano dall’alto.
Strade dissestate senza protezioni, con poche case seminate qua e là e minuti cimiteri domestici, ci conducono ad un piccolo ponte arrugginito sulla Drina.
Il navigatore indica come imminente la frontiera tra Serbia e Bosnia, ma la locazione esatta pare sconosciuta. Ci siamo noi e il ponte. Nessuna macchina ci precede, nessuna macchina ci segue.

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E’ la frontiera a sorprenderci, appena oltre il ponte, personificata da una manciata di uomini in divisa che ci guardano perplessi e sorpresi.
Il militare nella guardiola ha una caratteristica attaccatura a V dei capelli e l’approccio morbido di Ivan Drago. Con piglio severo ci chiede i passaporti, li sfoglia, ci chiede la carta verde, la controlla, poi cerca forse qualcos’altro da chiederci ma non lo trova e ci lascia passare, sempre con la faccia di chi vede qualcosa che non dovrebbe essere lì ma non può farci un granché.
Welcome to Bosnia, quindi.
Percorriamo con vent’anni di ritardo la strada opposta a quella che Mladić e la sua scellerata armata compirono l’11 luglio 1997, entrando in una Srebrenica abbandonata a se stessa.
Liberata” dichiarava Mladić ai paggetti con telecamera che lo seguivano nella degenere avanzata. Privata di se stessa, bisognerebbe forse dire.

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Arrivando leggo ad alta voce qualche pagina di “Srebrenica: i giorni della vergogna” e il tempo torna indietro, a quel luglio caldo del 1995.
Era l’estate degli esami di 5a elementare, del passaggio a quella scolarità concitata e frenetica delle scuole medie, dove – dicevano – uno non faceva nemmeno in tempo a finire la merendina che lo ricacciavano a forza dentro l’aula.

Nel frattempo, oltre il mare adriatico, la città di Srebrenica viene stretta dai serbo-bosniaci in una morsa.
La Nato tentenna, manda aerei che sorvolano ma non colpiscono.
Ragazzini olandesi in tenuta Onu danno il peggio di sé, insultando le donne locali.
I tank Onu vengono bloccati dal peso umano di una popolazione spaventata a morte.
A morte, appunto.
L’11 luglio 1995 circa 15.000, in gran parte uomini, consapevoli che l’Onu non li salverà, s’incamminano attraverso le montagne per arrivare a Tuzla, percorrendo quella che verrà ribattezzata”la via della morte”. Ne muoiono a migliaia, saltando sulle mine o freddati dai serbo-croati.
Almeno 20.000 (soprattutto donne, anziani e bambini) fuggono invece verso la base olandese di Potočari, circa 5 chilometri fuori Srebrenica, dove vengono lasciati entrare solo in 5.000.  Gli altri, che se la brighino da soli.

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Sono le 16.45 dell’11 luglio quando le truppe degeneri di Mladić, Arkan e Šešelj raggiungono il cancello della base Onu. Una popolazione disarmata guarda con occhi sgranati la scena, separata da pochi millimetri di rete da chi è venuto a “regolare i conti”.
E disarmati lo sono dentro e fuori, dato che l’Onu ha confiscato e tenuto sotto chiave le loro armi, privandoli di una minima speranza di sopravvivenza.
Dopo vari colloqui tra Mladić e un colonnello Karremans – comandante del contingente olandese dei caschi blu – debole e desideroso di risolvere in fretta la questione, si arriva ad un accordo.
L’Onu cede il gregge umano ai lupi.

Il 12 luglio 1995 davanti alla base di Potočari arrivano 50 autobus mandati dalle forze serbe-bosniache.
La popolazione esce con forza dal campo ma non tutti vengono fatti salire sui bus.
Donne, vecchi e bambini vengono separati dalla popolazione maschile d’età compresa tra 12 e 77 anni.
Lo capiscono bene, i bosniaci musulmani, cosa sta per succedere.
Sanno che nessuno degli uomini verrà risparmiato.
Nel marasma di migliaia di pecore smistate dai lupi, le mogli vengono separate dai mariti e dai figli. Una delle madri di Srebrenica dirà , di quel momento, “Rimpiango così tanto di non aver detto “Non prendete mio marito”, di non aver pianto o urlato che mi aiutassero. Forse sarebbe più facile vivere ora”.

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Gli uomini vengono portati verso gli edifici in cui i serbo-bosniaci avrebbero dovuto provvedere a identificare i criminali di guerra. Gli altri sarebbero stati liberi.
Inizia invece uno dei più feroci stermini che la storia abbia mai visto.
Srebrenica, Bratunac, Grbavci, Petkovci. Teatri di esecuzioni di massa.
Uccisi in fila, uno vicino all’altro.
Ammazzati di botte.
Raggruppati in edifici poi bombardati. (Minimo sforzo, massima resa. Anche la guerra ha una sua economia).
Le esecuzioni vanno avanti per giorni, riempiendo gigantesche fosse comuni con migliaia di corpi, smistati poi dalle fosse comuni primarie a quelle secondarie e terziarie.

Nemmeno gli autobus partiti da Potočari raggiungeranno la Federazione di Bosnia Erzegovina con tutto il loro carico. Ai vari posti di blocco altri uomini e donne troveranno la morte.

Venerdì 21 luglio, dopo 5 giorni di fuga attraverso le montagne, i primi profughi di Srebrenica cominciano a giungere nel territorio libero, raccontando una storia che il mondo non era pronto ad ascoltare.

Dormono, dormono sulla collina
dormono, dormono sulla collina.

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(…continua qui…)

***
Alcuni link per capire il genocidio di Srebrenica:

Srebrenica – A Cry from the Grave (1999),  un documentario di Leslie Woodhead
La cronologia del massacro raccontata dal giornalista ed editore Luca Leone
Il dossier preparato da Osservatorio Balcani e Caucaso per il 20ennale dell’eccidio

***

Link alle puntate precedenti del racconto di viaggio:
Ritorno nei Balcani – Prologo
Go Balkan 1 – Zagreb
Go Balkan 2 – Podgarić e Jasenovac
Go Balkan 3 – Beograd

4 pensieri su “Go Balkan – 4a parte

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