Go Balkan – 3a parte

(…continua da qui…)

Belgrado è una metropoli. Ce ne rendiamo conto quando, dopo aver viaggiato per chilometri quasi in assenza di tracce umane, la città appare ai nostri occhi così.

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Attraversati monti, campi coltivati e spazi verdi costellati da sparuti edifici, la Sava entra in una città maestosa, imponente. Una città in cui convivono stili e tradizioni derivanti da una complessa storia di dominazioni.
L’impero romano, le orde barbariche, i bizantini, l’impero ottomano, gli austriaci, i serbi…
Ci sono periodi della storia di Belgrado in cui passare all’estero qualche anno comportava il non essere testimoni di vari cambi di governo.
Uno non ci crede ma è così.
Lasci Belgrado nel 1687, ci torni nel 1691. Arrivi in città e chiedi “Mi son perso qualcosa?” e ti rispondono che durante la tua assenza gli austriaci hanno preso la città ai turchi ma che dopo due anni hanno dovuto cederla nuovamente.
Te ne sei andato per 4 anni e hai perso 2 cambi di governo.
Lasci la città nel 1788 e torni nel 1792? Stessa storia.
Belgrado è stata ed è ancora un crocevia di popoli e di regni, una frontiera che non regge.
Una volta era l’avamposto ultimo di regni antichi, ora è uno dei punti di impossibile difesa della Fortezza Europa.

Ce ne rendiamo conto il 18 agosto, mentre vaghiamo per Belgrado alla ricerca di un edificio enorme e completamente sventrato che abbiamo incrociato arrivando in città.

L’eco di una frase pronunciata da un’amica che aveva vissuto a Belgrado (“Dalla stazione vedi questo palazzo bombardato che fa un po’ impressione”) ci porta a muoverci dal mercato di Zeleni Venac in direzione della stazione dei treni.
Lungo la minuta Ulica Kamenička sono disposti venditori ambulanti che espongono abiti usati, stesi in ordine su teli chiari. Scarpe, cinture, maglioni, calzini.
E’ un mercato anomalo, ognuno di loro espone pochi pezzi che pare siano stati suoi.
I venditori hanno la pelle più scura degli autoctoni, ma non ci faccio troppo caso, immagino anche qui ci siano minoranze più o meno integrate socialmente ed economicamente.
Un signore locale acquista un sacchetto di stracci da una di queste improvvisate bancarelle.
Porge dei soldi al venditore, che fa cenno “No, sono troppi”. La contrattazione economica si dilunga mentre  arriviamo in prossimità della scena e passiamo oltre.
Proseguiamo avvicinandoci al parco di fronte alla Facoltà di Economia, che pare alquanto popolato. Molto. Troppo.
Evitiamo l’ammasso di persone costeggiando l’edificio e passiamo accanto al parcheggio a due piani di via Karađorđeva .
E lì, finalmente, realizziamo che siamo nel bel mezzo della rotta balcanica.
Il parcheggio vuoto di macchine è abitato da una viva comunità di un centinaio o più di immigrati dai tratti mediorientali che, stesi per terra su una coperta o in piedi, dormono, mangiano, chiacchierano, si riposano, aspettano. Soprattutto aspettano.
Dai punti di intersezione dei pali che delimitano il parcheggio partono fili provati dal peso dei vestiti stesi ad asciugare.
Oltre la strada, nel parco che avvolge l’Hotel Bristol, ragazzine velate, adolescenti e alcuni adulti si lavano ad una fontana.
Camminando verso la stazione dei treni lunghe file di persone siedono, addossate alle pareti, su panchine, per terra.
Regna un profondo senso di attesa e di stasi, un disequilibrio che ancora per un po’ si manterrà paziente.

Parlare di numeri non è facile.
“Osservatorio Balcani & Caucaso” riporta una citazione del ministro dell’Interno Nebojša Stefanović secondo cui dall’inizio del 2015 sarebbero entrati in Serbia dalla Macedonia 115.000 rifugiati, ma il numero potrebbe essere molto più alto perché molti rifugiati non sono stati registrati come richiedenti asilo. I migranti sono per la gran parte siriani, ma molti sono afghani, pakistani e iracheni.

Belgrado – il parco davanti alla stazione degli autobus. I migranti cercano un modo per raggiungere il confine con l’Ungheria, e trascorrono alcuni giorni e notti a Belgrado in attesa di un passaggio. Foto di Daniele Bombardi, coordinatore italiano dei progetti Caritas in Serbia e Bosnia Erzegovina

Belgrado – il parco davanti alla stazione degli autobus. Si parla di migliaia di persone che entrano in Serbia ogni settimana; tra loro ci sono molti bambini, alcuni piccolissimi, di pochi mesi. Foto di Daniele Bombardi, coordinatore italiano dei progetti Caritas in Serbia e Bosnia Erzegovina

Lo so, avrei dovuto parlarvi della città e forse non l’ho fatto.
Ve l’assicuro, vale la pena di visitare Belgrado e trascorrervi qualche giorno e se ci trovassimo a bere un caffè o una birra vi racconterei della Fortezza Kalemegdan e della passeggiata sul lungofiume, di come Sava e Danubio si fondono in una maniera estremamente gentile mentre attorno si dispongono le navi popolate di giovani in festa. Vi racconterei di quell’edificio bombardato dalla Nato nel 1999 durante i contrasti per il Kosovo che era il Ministero della difesa dello stato serbo e che ora rimane lì, come un enorme fantasma di mattoni nel centro di Belgrado. Vi parlerei del Belgrado Beer Festival e di come invece la Skadarlija sia estremamente deludente, di come abbiamo dormito in un quartiere “cool”  senza rendercene conto.
Ecco, vi parlerei di questo.
Ma la scrittura è una pressione delle vene che fa scattare le dita senza che subentrino filtri.
E quindi Belgrado per me, oggi, sono soprattutto i panni stesi ad asciugare nel parco vicino alla stazione.

***

“(…) A questo punto Kublai Kan s’aspetta che Marco parli d’Irene com’è vista da dentro. E Marco non può farlo: quale sia la città che quelli dell’altipiano chiamano Irene non è riuscito a saperlo; d’altronde poco importa: a vederla standoci in mezzo sarebbe un’altra città; Irene è un nome di città da lontano, e se ci si avvicina cambia.
La città per chi passa senza entrarci è una, e un’altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la città in cui s’arriva la prima volta, un’altra quella che si lascia per non tornare; ognuna merita un nome diverso; forse di Irene ho già parlato sotto altri nomi; forse non ho parlato che di Irene.”

(Le città invisibili, Italo Calvino)

***

Link di approfondimento sulla Balkan Route:
http://www.caritas.it/materiali/Europa/dossier_balcani_mediterraneo_07092015.pdf
http://www.balcanicaucaso.org/Dossier/Migrazioni-la-rotta-balcanica

(…continua qui…)

***

Link alle puntate precedenti del racconto di viaggio:
Ritorno nei Balcani – Prologo
Go Balkan 1 – Zagreb
Go Balkan 2 – Podgarić e Jasenovac

11 pensieri su “Go Balkan – 3a parte

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