Go Balkan – 2a parte

(…continua da qui…)

PODGARIĆ
Nel viaggiare ognuno manifesta le proprie curiosità e morbosità più o meno innocue.
Il mio compagno di viaggi ad esempio subisce il fascino dell’architettura brutalista. Due delle tappe fondamentali del nostro viaggio sono state quindi dedicate agli spomeniki, mastodontiche sculture con cui il regime jugoslavo di Josip Broz Tito celebrava la storia del paese.

Il “caramellone” di Podgarić, dedicato alla Rivoluzione nella regione croata della Moslavina, era una visita imprescindibile.
L’opera, realizzata nel 1967 dallo scultore Dušan Džamonja, è uno degli spomeniki più celebri per fotogenia. Negli anni 80, come i suoi colleghi della memoria, ha vissuto una certa fase di celebrità per poi entrare – complice la guerra – nel dimenticatoio.
Ma non in internet, dove di recente hanno ripreso a circolare molte sue foto alla voce “monumenti abbandonati dell’ex Jugoslavia”.
Quello che però dalle immagini presenti online non si evince è la singolare collocazione del caramellone all’interno del contesto geografico locale.

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Podgarić è un’amena località della Croazia che si raggiunge deviando di circa 40 minuti dalla E70 (per gli autoctoni A3), l’autostrada che da Zagabria porta in direzione Belgrado.
Il concetto di deviazione è qui piuttosto caratteristico, equivale a percorrere svariati chilometri in mezzo al più fitto bosco procedendo su strade e tornanti privi di guardrail.
Seguendo l’unica strada che attraversa Podgarić si raggiunge un paesino caratterizzato da molte galline, molte pecore, qualche essere umano, un lago, un hotel in vendita (Vila Garić)  e un  monumento di cemento molto imponente issato su una collina.
Non ci sono indicazioni stradali che portano al monumento, l’unica soluzione per arrivarvi è provare ad imboccare ad una ad una le varie strade che sembrano puntare verso la cima della collina, dove lo spettacolo che vi attende è questo.

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Il monumento alla Rivoluzione nella Moslavina controlla dall’alto della collina un paesaggio che gli è stilisticamente alieno, memore di battaglie della Seconda guerra mondiale di cui non si trovano informazioni tradotte in loco né online.
E mentre pensiamo a quanto sia desolante che questo luogo di celebrazioni sia così isolato ed abbandonato, udiamo un suono di motore farsi più vicino.
Un trattore con un carrello carico di attrezzi per il giardinaggio entra nello spiazzo antistante il monumento. E si ferma.
Ne scende un ragazzo dalla schiena curva e dall’età imprecisata. 16 anni, 20, forse 25.
“Il figlio del dirigente del partito comunista locale”, “Il figlio del sindaco” , ironizziamo.
Il ragazzo si occupa di mantenere ordinata l’area verde del monumento e noi riprendiamo, più sereni, la strada verso il secondo spomenik.

JASENOVAC

La seconda ode al cemento, visitabile senza deviare troppo dalla strada per Belgrado, è in realtà uno tra gli spomeniki più discreti, un enorme fiore collocato, a dire della pagina Wikipedia di riferimento, nella “Jasenovac Memorial Area”.

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Ammetto di avere una conoscenza intermittente della storia dell’ex Jugoslavia. Nel mio libro di storia delle superiori la Jugoslavia era un’entità che si manifestava apparentemente solo per fare del gran casino all’inizio del ventesimo secolo, poi conquistava la sua indipendenza e tornava tranquilla fino agli anni 90.
Negli anni 90, ma questo il libro di storia neppure lo diceva, la Jugoslavia riappariva per fare ancora più casino, si smembrava, era attraversata da una guerra dolorosissima e poi tornava (apparentemente) a stare zitta.
Tutto quello che era successo tra la prima guerra mondiale e gli anni 90 era per me cosa di poco conto, fatti di storia locale senza grosse conseguenze.
Jasenovac è un luogo che ha scardinato molto in profondità questa mia visione “occidente-centrica” della storia.
Sono arrivata cercando un fiore di cemento, ne sono ripartita con una testimonianza storica inaspettata.
Di quello che è stato il grande campo di concentramento degli ustaša di Ante Pavelić, attivo tra il 1941 e il 1945, non rimane in piedi un solo muro. Con il pragmatismo, la creatività e la forza che hanno salvato in più occasioni la popolazione di questi territori, è stato deciso di riutilizzare ogni mattone per la ricostruzione della città.
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Lo spazio del campo è ora coperto solo da enormi cumuli di terra posti in corrispondenza degli edifici principali e attraversato da una fila di traversine ferroviarie che portano i visitatori allo spomenik.
Il treno che correva su quelle traversine, conducendo quotidianamente nuovi prigionieri al campo, è disteso poco distante, a ricordare come ogni oggetto venga calpestato e deformato nell’uso dalla violenza.
E su questo territorio lunare regna il fiore di cemento, opera dello scultore serbo Bogdan Bogdanović, che è riuscito a farlo sbocciare solo nel 1966, a oltre vent’anni dalla chiusura del campo, dopo lunga gestazione e infiniti dibattiti ideologici e politici su come rappresentare quell’orrore con un simbolo nazionale ed universale allo stesso tempo.
Dal fiore si riparte, camminando lungo l’argine verso il centro di Jasenovac e si raggiunge il museo del memoriale, il vero colpo alla bocca dello stomaco.

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L’iter migliore per visitare il memoriale prevede probabilmente la partenza dal museo e poi la visita agli spazi aperti, più poetici, in cui ci si può in parte liberare dalle tossine dell’angoscia. Ma noi eravamo arrivati a Jasenovac per lo spomenik, abbastanza inconsapevoli di tutto quello che gli girava intorno, per cui abbiamo effettuato il percorso inverso, portando l’aria pura della campagna croata dentro il museo che ripercorre la storia del campo di concentramento e raccoglie dati e vite dei prigionieri.
Non mi dilungherò in una descrizione particolareggiata di ciò che è  contenuto nel museo, credo che certe cose debbano essere semplicemente viste e respirate; mi limiterò ad elencare qui ciò che io ho portato via da Jasenovac.

I NUMERI. 83145 vittime, di cui molti bambini.
LE VITTIME. Quasi il 60% dei morti di Jasenovac sono serbi. Sommando rom (19,5%) ed ebrei (15,8%) si individua la nazionalità di oltre il 92% delle vittime.
A chi, come me, ha iniziato a studiare la storia di questi territori soprattutto per capire la guerra dei primi anni Novanta, la parola “serbi” trasmette un po’ di disagio. La guerra nei Balcani ha avuto vittime di molte origini ma è stata soprattutto una guerra di aggressione (e non per motivi religiosi o etnici) ai danni della Bosnia. E io di prassi sto dalla parte di quelli che le prendono. Tra Ettore e Achille mi piaceva Ettore. Tra Willy il coyote e Beep Beep, decisamente Willy il coyote.
Anche per questo la Serbia era una tappa imprescindibile di questo viaggio, e Jasenovac ha reso la necessaria complessità storica, il primo tassello di quella realtà civile che da lì a pochi giorni mi sarei preparata a conoscere.
I SENSI. Il museo del memoriale è sensorialmente poco piacevole. Buio, labirintico, impregnato da un odore invasivo e penetrante (“gomma vulcanizzata”, puntualizza Max). Il tipo di luogo in cui nel momento stesso in cui entri inizi a pensare a quanto reggerai al suo interno.
LE ARMI. Alcuni anni fa sul web girava un cortometraggio dal titolo “The Horribly Slow Murderer with the Extremely Inefficient Weapon”, una specie di comic-thriller in cui il pazzo omicida tentava di finire la sua vittima colpendola con un cucchiaio. Un corto che inizialmente divertiva, ma dopo qualche minuto iniziava a trasmettere tensione.
Ho ripensato a quel video a Jasenovac mentre osservavo le armi grossolane con cui avvenivano le esecuzioni.
Ho pensato a quanto può essere lunga l’attesa del colpo – finalmente – definitivo.

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– IL CIBO. Tra i beni personali e le comunicazioni conservate al museo del campo di concentramento di Jasenovac sono presenti delle ricette di cucina.
Continuo a pensare a questo, al perché qualcuno potesse volersi ricordare di un desiderio, di un appetito, di un mondo esterno al campo che non sapeva se avrebbe più rivisto.
“Il libro del buio” di Tahar Ben Jelloun chiarisce in modo inequivocabile che questo pensiero può farti morire prima.
Eppure c’è qualcosa di dannatamente testardo e forte e folle dentro di noi…
Qualcosa che ha così tanta voglia di lottare per poter vivere una vita degna…

(… continua qui…)

***
Link alle puntate precedenti del racconto di viaggio:
Ritorno nei Balcani – Prologo
Go Balkan 1 – Zagreb

11 pensieri su “Go Balkan – 2a parte

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