Go Balkan – 1a parte

(…continua da qui…)

E arriva, finalmente, la nostra prima vera vacanza di coppia. Quella che potrà ripulirci la fedina emotiva da lavori di dubbia soddisfazione, serate di dubbio divertimento, relazioni di dubbissima profondità, contesti di mediocrità culturale.
“E quindi? Dove andate quest’estate in vacanza?”
“Nei Balcani”

Questa parola, Balcani, apre sempre scenari inaspettati.
I nostri genitori, persone tutto sommato giovanili e aperte, hanno commentato con qualcosa tipo “Ah. Ma un posto migliore, no?”.  Altri hanno chiesto se non fosse pericoloso. Altri ancora hanno pronunciato un “Ah, bello!” che sottintendeva un “Che diamine c’è da vedere nei Balcani a parte le mine?
Qualcuno ha detto “Figata!”, probabilmente pensando in buona misura ai festival di musica balkan. Qualcun altro invece ha dimostrato di apprezzare molto la scelta dell’itinerario di viaggio.
Insomma, se avessimo cercato risposte di unanime approvazione alle nostre vacanze era meglio rispondere “A Tenerife”, tipo.

ODERZO
Partiamo dall’industrializzato NordEst italiano a bordo di una Dacia Logan carica di bevande (analcoliche) e zaini. Carta verde valida, passaporti nuovi di zecca, qualche spicciolo croato e bosniaco derivante da viaggi precedenti, cellulari in modalità aerea e antiroaming.

FRONTIERA ITALO/SLOVENA
Facilissima. Con nostro grande disappunto nessun essere umano controlla la nostra vinjeta da 30 giorni e 30 euro.

FRONTIERA SLOVENA/CROATA
Facile. Una coda appena accennata a cui noi come cittadini europei scampiamo agevolmente tramite l’accesso differenziato al paese.

ZAGREB (HR)
Arriviamo al campeggio di Zagreb verso l’orario di pranzo. Un orario ottimo, che permette di avere a disposizione l’intero pomeriggio per visitare la città.
Il campeggio è piuttosto piccolo ed individuiamo facilmente la reception. Vuota. Chiusa. A dispetto di quanto recita un avviso  sulla porta, che sostiene che dalle 10 alle 22 lì dentro ci dovrebbe essere qualcuno.
Abbandonati sulle sedie di fronte alla reception, due spagnoli danno libero sfogo alle dita sul cellulare.
Aspettiamo. Passano 20 minuti, poi notiamo che sullo stesso avviso di prima indicano un numero di telefono e un indirizzo mail da contattare in caso di problemi.
Mando un messaggio al numero di telefono indicato – spendere soldi per telefonare mi seccherebbe alquanto.
Passano altri 10 minuti e optiamo per rivolgerci al ristorante del camping.
La cameriera ci ascolta e poi va a chiamare un uomo che si sta bevendo pacificamente una birra al tavolo. Ah, eccolo, il receptionist.
Ah, eccola, la fine della frenesia made in NordEst.
Dopo aver diligentemente montato la tenda Quechua da 3 persone (metti mai che troviamo da subaffittare!) ci spostiamo verso il centro della città, distante circa 15 km dal camping.
Nel frattempo piove. Tenete a mente questo particolare perchè lo ritroverete molto spesso durante la descrizione del viaggio.
Zagreb è balcanica quasi quanto uno struffolo è nordico. Diciamo che potete prendere Vienna, o Villach, e spostandole a sud est avrete all’incirca lo stesso risultato.
Grandi parchi, fontane, palazzi di ispirazione austro ungarica costellano questa grande capitale, in cui vive circa 1/4 della popolazione croata.
La cosa più balcanica che riusciamo a trovare a Zagreb (a parte l’approccio “Nema problema” del receptionist) è un locale che alle 15 ci fa trovare in tavola burek, krompiruša e zaljanica senza che la cosa appaia fuori luogo. A Zagreb chiederemo per la prima ed ultima volta durante questo viaggio “Si può ancora mangiare?“. Poi capiremo che la domanda suona leggermente demenziale nei Balcani.
Camminiamo per la città bassa, mentre la pioggia continua a scrosciare e questo ci permette di individuare facilmente una delle grandi differenze culturali tra turisti ed autoctoni. Per gli autoctoni la pioggia non è un problema.
Arriviamo nella parte alta della città, dopo aver preso la famosa funicolare di Zagreb (4 kune – 60 secondi circa), dove ci attende una bella panoramica della città e un luogo che inaspettatamente ci ingurgiterà per oltre due ore.
The museum of broken relationships, che ci aveva attratto soprattutto per il suo essere un luogo atto a ripararci dalla pioggia incessante senza costringerci a bere l’ennesimo caffè, è in realtà un museo estramente toccante e lenitivo che raccoglie cimeli da tutto il mondo e si dimostra capace di parlare di affetti senza sentimentalismi, toccando anche temi inaspettati come droga, rapporti sadomaso, genitorialità, tradimenti, violenza.
Usciamo dal museo che è già buio, e intuiamo (ma non godendone appieno) i colori brillanti della chiesa di San Marco.
Poco male, non ci piaceva nemmeno in foto.

Chiesa-di-S.Marco_
Da Zagabria, forse la tappa che meno ci ha convinto del nostro viaggio, siamo ripartiti alla volta dei Balcani più profondi.

(… continua qui…)

***
Link alle puntate precedenti del racconto di viaggio:
Ritorno nei Balcani – Prologo

13 pensieri su “Go Balkan – 1a parte

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