a 77 km dall’anacronismo

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L’esperienza del viaggio non è proporzionata al numero di chilometri percorsi.
Questo concetto è di fatto condiviso senza grossi rimarchi da un’ampia fascia di popolazione.

Ma, nello specifico, l’esistenza di un luogo fermo agli anni ’30 del Novecento e distante soli 77 km dalla mia abitazione non era da me considerata plausibile.

Torviscosa è un modellino architettonico riprodotto su larga scala, sono gli studi abbandonati di un film girato anni fa, è un luogo dove non esiste il presente.

Ci siamo capitati nella totale incoscienza, per visitare una mostra fotografica incorniciata da quello che pensavo essere  un ordinario paese di piccole dimensioni dell’operoso Nord Est.
Torviscosa (l’antica Tor di Zuin) nasce nel 1937 dalla bonifica di una palude. Un pezzo alla volta, nel giro di pochissimi anni, sorgono la sede centrale della SNIA Viscosa (azienda produttrice, per l’appunto, di viscosa), un teatro, un ristoro, un caseggiato, una piscina, delle zone destinate all’allevamento e all’agricoltura che fungano al sostentamento della città.
In ogni scelta architettonica risuona forte l’ideale dell’autarchia del regime fascista come risposta alle sanzioni economiche inflitte all’Italia.
Una “città dell’autarchia”, come viene descritta in un adesivo appiccicato alla porta del Centro di Informazione e Documentazione (CID) della città, ma anche un esempio di sistema economico straordinariamente inefficiente: Torviscosa fu pensata per ospitare 20.000 persone e non superò mai le 5.000, fu scelta la canna gentile – autoctona – per produrre la viscosa quando il legno, distante pochi chilometri, avrebbe garantito una produttività molto più elevata.
Un sistema di ideale autarchico ma non di crescita.
La SNIA Viscosa visse il suo periodo di splendore negli anni 60, poi iniziò il tracollo dovuto alla nascita di nuove fibre sintetiche più economiche.
Quella Torviscosa che Mussolini visitò certo con molto orgoglio è oggi uno splendido esempio di anacronismo: un comune di 40 km quadrati abitato da 2.900 persone, con una struttura urbanistica che è stata poco intaccata dal passare del tempo.

Non mi perderò nei dettagli di quel pomeriggio in cui la macchina del tempo ha sbandato ed è finita fuori strada, ma mi limiterò a raccontarvi di due posti specifici.

 

IL RISTORO532097648_0d91af1745_b
Il “ristoro” era la mensa dove pranzavano i lavoratori della SNIA Viscosa e si trova esattamente di fronte alla fabbrica, a lato del teatro cittadino. Nello stabile del ristoro è ospitato da sempre un piccolo bar, nel quale l’accesso una volta era limitato agli impiegati e alle loro famiglia.
Dei tre avventori del locale che incontriamo, solo uno ai tempi avrebbe potuto entrare: era figlio di un impiegato. Il secondo signore invece era figlio di un operaio, il loro bar era un altro, in fondo alla via. Neanche il terzo signore avrebbe potuto entrare anni fa, ma oggi è il proprietario del bar.

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Fotografia di Silvia Longhi

Il bar, come gran parte di Torviscosa, è impeccabile nella sua conservazione di reperto storico: i divani e le poltrone di pelle verde e marrone, le tende floreali alla parete, le grandi abat-jour marrone chiaro, il pavimento alla veneziana tirato a lucido. In fondo alla stanza, un piccolo pianoforte a parete che forse qualcuno suona ancora.

 

LA TORRE PANORAMICA

La torre è una sorta di enorme martello che svetta tra la fabbrica e il CID.
Lungo il manico corre una lunga scala che conduceva i dirigenti della SNIA e gli ospiti illustri fino  alla testa, un osservatorio coperto da finestre che permetteva di vedere Torviscosa dall’alto.
E mi viene in mente quel passaggio di “Fabbrica” di Ascanio Celestini, in cui parla del padrone che guarda dall’alto del suo ufficio la fabbrica e inizia a dire “mio, mio,mio…”.
E forse anche qui, qualcuno saliva su questa torre e iniziava ad elencare
fabbrica… mia
teatro… mio
ristoro… mio
strada… mia
bar… mio
case… mie
operaio… mio
impiegato… mio
mio… mio… mio…
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