del nostro tempo rubato alla routine

Sveglia telefonica di mia madre alle h 7.30 di sabato mattina.
“Guarda che Giacomo si è svegliato”
Devono essere le ovaie ad avermi dato alla testa, ad avermi fatto chiedere a mia madre di svegliarmi un’ora prima del necessario per poter giocare con mio nipote prima di partire per Bologna. Deve essere stata quella possibilità irrealizzata di essere madre anch’io, ora.
Il telefono suona e io inizio a saltare sul letto come una bimba la mattina di Natale.
Max riaffiora dal dormiveglia, mi guarda avere 5 anni. Ride.
Sa che la mia gioiosa e incurabile follia è tornata a farmi compagnia. E sa che è una cosa buona per me.
Trascino i piedi verso la cucina dei miei vicini di casa (alias i miei genitori) dove ci accoglie un bambino già vestito e cibato, carico di urletti e voglia di dare martellate di plastica al pavimento.
In pochi minuti passa un’ora e mezza ed è già tempo di partire per Bologna.  L’ultimo abbraccio sbavato ed è autostrada e l’italianissima contraddizione tra la scritta “Veicolo contromano fermarsi a destra” riportata sul tabellone segnaletico e le automobili che sfrecciano spensierate sulla corsia di sinistra.
Mentre avanziamo verso il padre Po sento manifestarsi in me quel fenomeno che solo chi è meticcio può capire: la marea che ti sale nella pancia quando ti avvicini ad una delle tue terre d’origine, il furioso allontanamento dalle coordinate del tuo equilibrio culturale in direzione di uno dei due (o più) poli.
I viaggi in Emilia coincidono con il prevalere in me di uno spirito più leggero, sociale, informale.
E’ il richiamo dell’ “al di là della frontiera” che parla per me, mentre telefono ad una casa a Voghenza e chiedo “Zio, siete a casa? Noi siamo di passaggio andando a Bologna”.
Chi sia esattamente il “noi” poco importa, la risposta è inevitabilmente “Un piatto di minestra (pastasciutta) non si nega a nessuno”.
Trovo sempre miracolose e sorprendenti le relazioni che si sviluppano tra le persone che amo, il pendolo di argomenti e storie azionato da un semplice affetto in comune.
Non c’è nessuna logica, ma la statistica prova che le persone che mi piacciono si piacciono tra di loro.
Alle 14 i miei zii si avviano verso il piccolo appezzamento di aglio da cui togliere le erbacce. Si armano di stivali e ci propongono di aiutarli. Scherzano, ma forse non del tutto. Nel dubbio partiamo.
Bologna la grassa e l’umana ci accoglie in un pomeriggio ventoso, con le chiappe del Zigànt (il Nettuno) toniche e brillanti al centro di una piazza affollata e assolata.
Un ampio cerco di curiosi a fianco della Biblioteca Salaborsa osserva l’esibizione involontariamente comica di un quartetto improbabile. “Gente rimasta sotto”, li definisce Max.
La passione del trash prevale, trascino un Max incredulo in prima fila.
Il leader carismatico del gruppo è un rocker romagnolo sulla 60ina. Smanicato nero e chitarra di quelle tamarrissime, triangolari.
Introduce con “I mediocri imitano, i geni copiano” (citazione di Pablo Picasso ) una canzone vagamente dance con campionature dei canti degli indiani d’America recuperate dal web.
La groupie è un’assoluta professionista. Probabilmente l’ha inventato lei, il groupismo. Sessant’anni stimati, mise da dark lady con trasparenze sull’abbondanza sottostante, è la valletta del leader e l’unico componente femminile della squadra.
Il ballerino ha l’età della sua rovina fisica e mentale. Usa la sciarpa a mo’ di benda, forse per dare un senso di spiritualità ai movimenti sconnessi che compie.
L’ultimo elemento immagino sia in meditazione  ininterrotta, dato che non parla e non si muove. Sta semplicemente di lato, appoggiato con le mani a quella che non so se identificare come una moto o una scenografia.
Li abbandoniamo al loro spettacolo e ricominciamo a camminare per Bologna, indagandola nella sua orizzontalità e verticalità, nelle piazze, lungo i portici, sui colli, sbirciando fra i suoi sette segreti per arrivare al non luogo – Estragon.
Ci perdiamo nella corporeità unanime di 3000 persone, ci lasciamo spostare in un non tempo, in un non qui.

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