(tu scusami se scrivo)

Se scrivo ciò che sento è perché in tal modo diminuisco la febbre di sentire.
Ciò che confesso non ha importanza: niente, del resto, ha importanza.
Faccio paesaggi con ciò che sento. Faccio ferie delle sensazioni.
Comprendo bene le ricamatrici per afflizione e quelle che fanno la calza perché c’è vita. La mia vecchia zia faceva solitari durante le infinite serate. Queste confessioni sul modo di sentire sono i miei solitari.
Non li interpreto, come chi usasse le carte per leggere il destino. Non li ascolto, perché nei solitari le carte non hanno propriamente valore.
Mi srotolo come una matassa multicolore, o faccio con me figure di bassa letteratura, come quelle che si intrecciano intorno alle mani tenute diritte e si passano poi da un bambino all’altro. Faccio solo attenzione che il pollice non manchi il laccio giusto. Poi giro la mano e l’immagine è differente. E ricomincio.
Vivere è fare la calza con una intenzione altrui. Ma, nel farla, il pensiero è libero, e tutti i principi incantati possono passeggiare nei loro giardini tra un’immersione e l’altra dell’ago di avorio con la punta ritorta. Uncinetto delle cose… Intervallo… Niente…
Del resto, su quale cosa di me posso contare? Una orribile acutezza delle sensazioni, e la comprensione profonda di stare sentendo… Una intelligenza acuta per distruggermi, e un potere di sogno avido di intrattenermi… Una volontà morta e una riflessione che la sta cullando, come un figlio vivo… Sì, uncinetto…

 “Il libro dell’inquietudine” – Fernando Pessoa

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