prima lezione di russo, dopo anni

Insegnare è un’arte, una responsabilità e una vocazione.
Questa è l’esperienza di chi l’insegnamento non l’ha scelto per sé ma l’ha in qualche modo l’ha vissuto come componente naturale della propria storia, essendo figlia di due insegnanti ora in pensione.
E, da figlia di insegnanti, attesto che l’insegnamento non solo lo vivi, ma lo “subisci”, perché poche professioni sono causa di deformazione professionale come quella in cui devi passare dei concetti e cercare di renderli chiari.
Mia mamma ripete le stesse indicazioni almeno due volte. Mio papà coglie qualsiasi occasione per raccontare le origini di un oggetto o un fenomeno storico.
Io non so scrivere una mail senza inserirci un elenco puntato o numerato, dannazione a me.

Non sono molte le volte in cui mi ritrovo ad insegnare, però a volte capita.
L’ultima volta è accaduto esattamente una settimana fa a Spazio Zero, quasi per scherzo. E quasi per scherzo il 1 aprile.
Una lezione di alfabeto russo, il primo trauma dello studente che anela alla conoscenza della lingua russa.
Come tutte le volte in cui pensavo di dover “insegnare” qualcosa, ho imparato molto.
Ho imparato anche che quelli che hanno insegnato per decenni (e che sono lì più che altro per devozione parentale) da studenti possono funzionare bene.
E sono quelli che ti fanno i complimenti più importanti alla fine della lezione

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