Addio Jula

“Addio, Gerineldo, figlio mio,” gridò. “Salutami la mia gente e dille che ci vedremo quando spioverà.”
Aureliano Secondo la aiutò a rimettersi a letto, e con la sgarbatezza con cui la trattava sempre le chiese che senso aveva quell’addio.
“È vero,” disse Ursula. “Non sto aspettando altro che la pioggia smetta per morire.”
(…)
Amaranta Ursula e il piccolo Aureliano si sarebbero ricordati del diluvio come di un’epoca felice.
Nonostante la severità di Fernanda, diguazzavano nei pantani del patio, cacciavano lucertole per squartarle e giocavano ad avvelenare la minestra buttandovi dentro polvere di ali di farfalle negli attimi di disattenzione di Santa Sofia de la Piedad. Ursula era il loro giocattolo più divertente. La considerarono come una grande bambola decrepita che trasportavano e mettevano negli angoli, vestendola con stracci colorati e pitturandole la faccia con nerofumo e annatto, e una volta furono sul punto di sbuzzarle gli occhi, come facevano coi rospi, con le forbici per potare. Niente li rendeva più felici del suo farneticare. In effetti, qualcosa dovette succedere nel suo cervello verso il terzo anno della pioggia, perché a poco a poco andò perdendo il senso della realtà, e confondeva il tempo attuale con epoche remote della sua vita, fino al punto che una volta passò tre giorni a piangere sconsolatamente per la morte di Petronila Iguaràn, la sua bisnonna, seppellita più di un secolo prima. Sprofondò in uno stato di confusione così strambo, che credeva che il piccolo Aureliano fosse il suo figlio colonnello dei tempi in cui l’avevano condotto a conoscere il ghiaccio e che José Arcadio che si trovava allora in seminario fosse il primogenito che se n’era andato con gli zingari. Parlò così a lungo della famiglia, che i bambini impararono a organizzarle visite immaginarie con esseri che non soltanto erano morti da parecchio tempo, ma che erano esistiti in epoche diverse. Seduta sul letto coi capelli coperti di cenere e la faccia nascosta da un fazzoletto rosso, Ursula era felice in mezzo alla parentela irreale che i bambii descrivevano senza omissione di particolari, come se l’avessero veramente conosciuta. Ursula chiacchierava coi suoi antenati su fatti anteriori alla sua stessa esistenza, godeva delle notizie che le davano e piangeva con loro per morti molto più recenti degli stessi interlocutori. I bambini non tardarono ad accorgersi che nel corso di. quelle visite spettrali Ursula impostava sempre una domanda destinata a stabilire chi era colui che aveva portato nella casa durante la guerra un San Giuseppe di gesso di grandezza naturale perché lo tenessero lì finché non fosse passata la pioggia. Fu cosí che Aureliano Secondo si ricordò della fortuna seppellita in qualche luogo che soltanto Ursula conosceva, ma furono inutili le doma nde e le manovre astute che gli vennero in mente, perché nei labirinti del suo farneticare Ursula sembrava conservare un margine di lucidità per difendere quel segreto, che avrebbe rivelato soltanto a chi dimostrasse di essere il vero padrone dell’oro sepolto. Era così abile e così rigorosa, che quando Aureliano Secondo istruì uno dei suoi compagni di baldoria perché si facesse passare per il proprietario della fortuna, la vecchia lo irretì in un interrogatorio minuzioso e disseminato di trappole imprevedibili.
Convinto che Ursula si sarebbe portato il segreto nella tomba, Aureliano Secondo contrattò una squadra di scavatori col pretesto di far costruire canali di scolo nel patio e in fondo al patio, e lui stesso sondò il terreno con bacchette di ferro e con ogni sorta di detettori di metalli, senza trovare nulla che sembrasse oro in tre mesi di esplorazioni spossanti. Allora fece ricorso a Pilar Ternera con la speranza che le carte vedessero meglio degli scavatori, ma la donna gli spiegò subito che ogni tentativo sarebbe stato inutile a meno che non fosse la stessa Ursula ad alzare il mazzo. Confermò invece l’esistenza del tesoro, precisando che era costituito da settemiladuecentoquattordici monete seppellite in tre sacchi di tela chiusi con filo di rame, in un cerchio con un raggio di centoventidue metri, prendendo come centro il letto di Ursula, ma avvertì che non lo si sarebbe trovato prima che cessasse di piovere e che il sole di tre giugni consecutivi avesse ridotto in polvere le fangaie.
(…)

Si trovava ancora lì nella seconda settimana del giugno seguente, quando la pioggia cominciò a calmarsi e le nubi si andarono alzando, e si vide che da un momento all’altro sarebbe spiovuto. Così fu. Un venerdì, alle due del pomeriggio si illuminò il mondo a causa di un sole abbondante, rosso e aspro come polvere di mattone, e quasi fresco come l’acqua, e non tornò più a piovere per dieci anni.
Macondo era in rovina. Nei pantani delle strade erano rimasti mobili schiantati, scheletri di animali coperti di gigli rossi, ultimi ricordi delle orde di avventizi che erano fuggiti da Macondo con lo stesso stupore col quale erano arrivati. Le case nate come funghi durante la febbre del banano erano state abbandonate. La compagnia bananiera aveva smantellato i suoi impianti. Della antica città recintata non rimanevano che le macerie. Le case di legno, le fresche terrazze dove trascorrevano i sereni pomeriggi di carte, sembravano rase al suolo da una anticipazione del vento profetico che anni dopo avrebbe cancellato Macondo dalla faccia della terra. L’unica traccia umana che aveva lasciato quell’alito vorace era un guanto di Patricia Brown nell’automobile soffocata dai rampicanti. La regione incantata che aveva esplorato José Arcadio Buendía ai tempi della fondazione era una marcita di ceppaie putrefatte, sul cui orizzonte remoto si riuscì a scorgere per diversi anni la spuma silenziosa del mare.
(…)
Ursula dovette fare un grande sforzo per mantenere la sua promessa di morire quando fosse spiovuto. I lampi di lucidità, che erano cosí scarsi durante la pioggia, si fecero più frequenti a partire da agosto, quando cominciò a soffiare il vento arido che soffocava i rosai e pietrificava i pantani, e che finì per spargere su Macondo la polvere incandescente che coprì per sempre gli arrugginiti tetti di zinco e i mandorli centenari. Ursula pianse di dispiacere quando scoprì che per più di tre anni era servita da giocattolo ai bambini. Si lavò la faccia impiastricciata, si levò di dosso i nastri di carta colorata, le lucertoline e i rospi rinsecchiti e le collane di semi e gli antichi collari arabi che le avevano appeso su tutto il corpo, e per la prima volta dalla morte di Amaranta si alzò dal letto senza l’aiuto di nessuno per reintegrarsi alla vita della famiglia. Lo spirito del suo cuore invincibile la orientava nelle tenebre. Chi la urtò nei suoi vacillamenti e si scontrò col suo braccio arcangelico sempre alzato all’altezza della testa, poteva pensare che il suo corpo ce la faceva a malapena, ma ancora non riuscì a credere che fosse cieca. Ursula non aveva bisogno di vedere per rendersi conto che le aiuole di fiori, coltivate con tanta cura fin dalla prima ricostruzione, erano state distrutte dalla pioggia e sconvolte dagli scavi di Aureliano Secondo, e che le pareti e il cemento dei pavimenti erano screpolati, i mobili sconnessi e scoloriti, le porte sgangherate, e la famiglia minacciata da uno spirito di rassegnazione e di tristezza che non sarebbe stato concepibile ai suoi tempi. Movendosi a tentoni per le stanze vuote percepiva il picchiettio continuo del tarlo che rosicchiava i legni, e il ticchettio delle tarme negli armadi, e lo strepido devastatore delle enormi formiche rosse che avevano prosperato durante il diluvio e stavano perforando le fondamenta della casa. Un giorno aprì il baule dei santi, e dovette chiedere aiuto a Santa Sofia de la Piedad per liberarsi dagli scarafaggi che erano sbucati dall’interno, e che ormai avevano polverizzato la roba. “Non è possibile vivere in questo abbandono,” diceva. “Di questo passo finiremo divorati dalle bestie.” Da allora non ebbe un istante di, requie. Si alzava prima ancora dello spuntare del giorno e si faceva aiutare da chi era disponibile, compresi i bambini.
Sciorinò al sole le poche robe che erano ancora in condizione di essere usate, sconfisse gli scarafaggi con assalti di sorpresa a base di insetticida, raspò le vene del tarlo nelle porte e nelle finestre e asfissiò con calce viva le formiche nelle loro tane. La febbre del restauro finì per condurla nelle stanze dimenticate. Fece ripulire dai rifiuti e dalle ragnatele la stanza dove José Arcadio Buendìa si era seccato il comprendonio cercando la pietra filosofale, mise in ordine il laboratorio di oreficeria che era stato messo sossopra dai soldati, e per ultimo chiese le chiavi della stanza di Melquíades per vedere in che stato si trovava. Fedele alla volontà di José Arcadio Secondo, che aveva vietato qualsiasi intromissione fintanto che non ci fosse stato un indizio reale della sua morte, Santa Sofia de la Piedad fece ricorso a ogni sorta di sotterfugi per sviare Ursula. Ma era cosí inflessibile la sua decisione di non abbandonare agli insetti nemmeno il più recondito e inservibile angolo della casa, che superò quanti ostacoli le si presentarono, e dopo tre giorni di insistenze riuscí a farsi aprire la stanza.
Dovette afferrarsi allo stipite per non essere travolta dall’odore pestilenziale, ma le bastarono soltanto due secondi per ricordarsi che in quel luogo erano conservati i settantadue pitali delle collegiali, e che in una delle prime notti della pioggia una pattuglia di soldati aveva perquisito la casa cercando José Arcadio Secondo e non era riuscita a trovarlo.
“Sia benedetto Dio!” esclamò come se avesse visto tutto. “Tanta fatica per inculcarti le buone abitudini, perché tu finissi a vivere come un porco.”
José Arcadio Secondo continuava a leggere le pergamene. L’unica cosa visibile nell’intricata selva di peli, erano i denti venati di verdume e gli occhi immobili. Quando riconobbe la voce de la bisnonna, girò la testa verso la porta, cercò di sorridere, e senza saperlo ripeté una antica frase di Ursula.
“Cosa vuole,” mormorò, “il tempo passa.”
“Così è,” disse Ursula, “ma non tanto.”
Dicendolo, si rese conto che stava dando la stessa risposta avuta dal colonnello Aureliano Buendìa nella sua cella di condannato, e ancora una volta rabbrividì constatando che il tempo non passava, come lei aveva appena finito di ammettere, ma che continuava a girare in giro
(…).
“Sono Aureliano Buendía,” disse lui.
“È vero,” ribatté lei. “È già ora che cominci a imparare l’oreficeria.”
Lo tornò a scambiare con suo figlio, perché il velnto caldo che seguì il diluvio e infuse nel cervello di Ursula raffiche occasionali di lucidità aveva smesso di soffiare.
Quando entrava nella stanza, trovava lì Petronila Iguaran, col voluminoso guardinfante e il giubbetto di lustrini che si metteva per le visite d’obbligo, e trovava Tranquilina Maria Miniata Alacoque Buendía, sua nonna, che si faceva vento con una piuma di pavone sulla sua sedia a dondolo di paralitica, e suo bisnonno Aureliano Arcadio Buendía col suo falso dolman delle guardie vicereali, e Aureliano Iguaràn, suo padre, che aveva inventato un’orazione per inaridire e far cadere i vermi dalle va cche, e quella timorata di sua madre, e il cugino con la coda di maiale, e José Arcadio Buendìa e i suoi figli morti, tutti seduti su sedie che erano state accostate alla parete come se partecipassero non a una visita, ma a una veglia funebre. Lei imbastiva una conversazione vivace, commentando fatti di luoghi lontani e di tempi senza coincidenza, di modo che quando Amaranta Ursula tornava dalla scuola e Aureliano si stancava dell’enciclopedia, la trovavano seduta sul letto, intenta a parlare da sola, e sperduta in un labirinto di morti. “Fuoco!” gridò una volta terrorizzata, e per un attimo seminò il panico nella casa, ma quello che stava prevenendo era l’incendio di una scuderia al quale aveva assistito all’età di quattro anni. Giunse a mescolare in modo tale il passato col presente, che nelle due o tre ventate di lucidità che ebbe prima di morire, nessuno seppe con sicurezza se parlava di quello che sentiva o di quello che ricordava. A poco a poco si andò rattrappendo, fetizzando, mummificando da viva, fino al punto che nei suoi ultimi mesi era una prugnetta secca sperduta dentro il camicione, e il braccio sempre levato finì per sembrare la zampa di una scimmia. Rimaneva immobile per parecchi giorni, e Santa Sofia de la Piedad doveva scuoterla per convincersi che fosse viva, e se la metteva in grembo per alimentarla con cucchiainate di acqua e zucchero. Sembrava una vecchia appena nata. Amaranta Ursula e Aureliano la portavano avanti e indietro nella stanza, la posavano sull’altare per constatare che era appena più grande del Bambino Gesù, e un pomeriggio la nascosero in un armadio del granaio dove avrebbero potuto mangiarsela i topi. Una domenica delle palme entrarono, nella stanza, mentre Fernanda era a messa, sollevarono Ursula per la nuca e per i calcagni.
“Povera trisnonnina,” disse Amaranta Ursula, “ci è morta di vecchiaia.”
Ursula si spaventò.
“Sono viva!” disse.
“Vedi,” disse Amaranta Ursula, reprimendo il riso, “non respira nemmeno. ”
“Sto parlando!” gridò Ursula.
“Non parla nemmeno,” disse Aureliano. “È morta come un grillino!”
Allora Ursula si arrese all’evidenza. “Dio mio,” esclamò a voce bassa. “È così, la morte è dunque questa.” Iniziò un’orazione interminabile, sconnessa, profonda, che si prolungò per più di due giorni, e che il martedi era degenerata in una farragine di suppliche a Dio e di consigli pratici per far sì che le formiche rosse non abbattessero la casa, perché non lasciassero mai spegnere la lampada davanti al dagherrotipo di Remedios, e affinché badassero che nessun Buendìa finisse per sposarsi con qualcuno del suo stesso sangue, perché nascevano figli con la coda di maiale. Aureliano Secondo cercò di approfittare del delirio per farle confessare dove era l’oro seppellito, ma ancora una volta le sue suppliche furono inutili: “Quando verrà il padrone,” disse Ursula, “Dio lo illuminerà perché possa trovarlo.” Santa Sofia de la Piedad ebbe la certezza che l’avrebbe trovata morta da un momento all’altro, perché constatava in quei giorni un certo turbamento della natura:
le rose odoravano di chenopodio, era caduta una zucca di ceci e le piccole sfere erano rimaste per terra in un ordine geometrico perfetto e in forma di stella di mare, e una notte aveva visto passare nel cielo una fila di luminosi dischi aranciati.
La trovarono morta il mattino del giovedí santo. L’ultima volta che l’avevano aiutata a calcolare la sua età, ai tempi della compagnia bananiera, era risultato che doveva avere tra i centoquindici e i centoventidue anni.

(da Cent’anni di solitudine, di Gabriel Garcia Marquez)

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