M’illumino di terapie

Ho preso le mie paure e le ho messe in fila. La lista di una spesa che non avrei voluto fare.
Paura di perdere le persone.
Paura di non piacere alle persone.
Paura di partire.
Paura di prendere l’iniziativa.
Paura della mia forza fisica.
Paura del mio stomaco.
Paura di stare su un palco.
Paura di lasciarmi andare, di non avere più il controllo.
Paura dei cambiamenti.
Paura di litigare.
Paura di esprimere la mia idea.
Paura di difendere il mio territorio.
Paura di non sentire più niente.

Le ho prese, le ho messe in fila e ho dato il segnale di esecuzione.

Ci sono voluti 10 mesi, di cui 7 di psicoterapia e molti, molti calci sui denti.
Qualcuna delle mie paure è morta, la maggior parte no. Le paure sono edera rampicante sul cuore, una pianta che necessita di pochissimo ossigeno e non richiede acqua e luce.
Anche di fronte ai pogrom più violenti sopravvive una radice verde di paura da cui tutto può ripartire. Vale per tutti, anche per me.
Quello che però so fare ora è eseguire operazioni chirurgiche abbastanza minute da distinguere le mie paure e a tutte so attribuire un nome.
Nella cultura antica il nome ha sempre avuto un legame di identificazione dell’entità del nominato. Nomen omen, dicevano i latini. Attribuendo un nome assegni un presagio, un destino.
Come nel nostro nome c’è il nucleo di quello che saremo, così l’atto del nominare diventa atto di scrittura di un destino.
Nelle popolazioni paleoslave le madri tenevano nascosto il vero nome del neonato e ne diffondevano uno falso, in modo che nessuno potesse operargli maleficio.
Forse il concetto sta da queste parti.
Quando conosci per nome puoi interagire con il nominato.
Quando dai un nome, ti emancipi da ciò che non è la tua essenza più pura.

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