Parlare a vanvera (Bianca Pitzorno)

Qualcuno vi ha mai sgridato mentre parlavate senza stare troppo attenti al filo dei vostri pensieri, dicendovi: “Non parlare a vanvera”? Si? È capitato anche a voi? E vi siete mai chiesti come è nato questo strano modo di dire? Se ve lo siete chiesto, ecco la risposta alla vostra domanda…

Il fatto che dette origine a questa frase, a sua volta, ebbe origine nel secolo scorso. Il 12 agosto 1897 ai coniugi Van, di lontana origine olandese, nacque una bella bambina di tre chili e mezzo, che fu battezzata col nome di Vera.

La signora Van, da signorina, era stata un’attrice famosa. Sposandosi aveva abbandonato a malincuore la carriera per dedicarsi alla famiglia. Così ora, quando cullava la piccola Vera per farla addormentare, invece di cantarle le solite ninne nanne, le recitava dei lunghi monologhi, sforzandosi di usare un tono calmo e monotono, adatto a chiamare, come ben sapeva per esperienza, prima la noia e poi il sonno. Vera ascoltava con gli occhietti sgranati, zitta, ma addormentarsi non si addormentava. Anzi, più la madre le parlava, più lei drizzava la testolina pelata, ben sveglia e attenta ad ascoltare.

Quando fu in età di andare alla scuola materna, con gli altri bambini Vera voleva sempre giocare al dottore. Non, come qualche maligno potrebbe sospettare, per tirar giù le mutande e fare punture, clisterini e cose del genere. Nossignore. Vera tirava fuori un piccolo stetoscopio giocattolo, lo poggiava alla schiena o al petto del “malato”, e ordinava seria seria: “ Dica trentatré…”

Quello obbediva: “Trentatré, trentatré…”

E lei beata ad ascoltare…

Quando ebbe cinque anni, Vera chiese di andare a scuola. Le avevano detto che, poiché era troppo piccola per essere iscritta in prima elementare, l’avrebbero ammessa a frequentare come uditrice. Non doveva fare i compiti a casa, né rispondere alle interrogazioni, o disegnare alla lavagna. Doveva solo starsene lì nel primo banco, zitta zitta, ad ascoltare quello che dicevano gli altri.

“ Ti annoierai, poverina!” le diceva la maestra.

Ma Vera scuoteva la testa, seduta composta nel suo banco, con le manine incrociate sul quaderno e la faccia raggiante di felicità.

Fu proprio in quel tempo che la bambina sentì nominare per la prima volta il proprio nome preceduto dal cognome. Aveva sempre saputo di chiamarsi Vera Van. Ma la maestra, quando faceva l’appello, diceva Van Vera. Il nuovo nome le piacque tanto che decise che, d’ora in avanti, si sarebbe fatta chiamare solo così.

Quando ebbe quindici anni, con gran dispetto delle sue coetanee, più belle, più spigliate e più disinvolte di lei, Van Vera si ritrovò piena di corteggiatori.

“Ma cosa ci trovate in quella gattamorta?” chiedevano acide le amiche ai compagni.
“Vuoi mettere?” rispondevano i ragazzi. “Una che ti sta ad ascoltare e non ti interrompe mai? Una che si interessa veramente a quello che le stai dicendo?”.

Ed era proprio così. A furia di ascoltare e ascoltare, in tutti gli anni Van Vera aveva immagazzinato nella mente una tale quantità di storie che, se avesse voluto ritirarle fuori, avrebbe avuto da raccontare per anni e anni di fila, come Sheherazade, la principessa delle Mille e una notte.

Ma lei non aveva nessuna voglia di raccontare quello che sapeva già, mentre c’erano tante storie che non conosceva. Non si era ancora saziata di quello che la gente aveva da dirle. E non importava che fossero delle storie strepitose. Le parlavano di cose banali come il tempo, i dolori reumatici del nonno; oppure di una incredibile vincita alla lotteria, di un naufragio, di una storia d’amore complicata; o anche di un assalto a una banca con sparatoria e inseguimento…lei ascoltava tutto con lo stesso vivissimo interesse.

Quando compì vent’anni chiese di fare parte del Telefono Amico. Le ore che passava al banco del centralino, con la cuffia, ad ascoltare gli sfoghi e le lamentele di gente sconosciuta, erano per lei i momenti migliori della giornata.

Quando poi si trattò di scegliere un lavoro, naturalmente Van Vera non ebbe esitazioni. Avrebbe fatto l’uditrice giudiziaria.

A quarant’anni si sentiva felice e realizzata. Chi la invidiava, chi le dava della stupida, chi le diceva:  “Beata te che ti accontenti di così poco!”

Passarono gli anni, e Vera, con la sua disponibilità ad ascoltare, era sempre circondata da una quantità di gente. Fra costoro c’erano anche una quindicina di nipoti, pronipoti e bisnipoti, che intanto erano nati ai suoi fratelli e ai suoi cugini, e ai figli dei fratelli, dei cugini, dei nipoti. Come tutti i ragazzi, erano felici di avere un adulto che li prendesse sul serio e che ascoltava i loro problemi senza mai sgridarli e senza fare la spia ai loro genitori; ed erano fra i più assidui visitatori della casa di Van Vera.

Ma, ascolta che ti ascolta, evidentemente anche i timpani umani hanno un limite di usura. Un bel giorno, anzi un brutto, bruttissimo giorno, Vera, che stava ascoltando piena di interesse le confidenze di un suo bisnipote di nome Potito, improvvisamente vide il ragazzo che apriva e chiudeva la bocca come un pesce in un acquario. Non le riusciva di sentire una parola, un suono, un sussurro. Era diventata sorda!

Non si rassegnò subito alla sua disgrazia. Consultò i medici più famosi, fece il giro del mondo alla ricerca della cura miracolosa che le potesse ridare l’udito. Ma non ci fu nulla da fare. Sorda era, e sorda sarebbe rimasta fino alla fine dei suoi giorni.

Figuratevi la sua disperazione! Piangeva, gridava (e non sentiva) che non c’era più uno scopo per la sua vita, che voleva morire.

Allora il bisnipote Potito, che era un ragazzo sveglio e intelligente, radunò tutti i cugini di primo, secondo e terzo grado, e disse loro: “La prozia Van Vera ci ha ascoltato quando eravamo piccoli e nessuno ci dava retta. Non ci ha mandato al diavolo quando a tredici anni le raccontavamo per la centesima volta dei nostri brufoli o delle nostre pene d’amore. Non ha mai fatto neppure una smorfia di noia come tutti gli altri quando qualcuno di noi cominciava: “Sapessi cosa ho sognato stanotte!…” Adesso tocca a noi ricambiare il favore. Non possiamo restituirle l’udito, ma possiamo darle la sensazione di essere ancora utile. A turno andremo a trovarla tutti i pomeriggi e le parleremo, ogni volta, dal dopopranzo all’ora di cena”.

“Ma cosa le diremo?” Protestò una pronipote di nome Nicoletta. “Io non riesco a fare un discorso sensato se ho l’impressione che chi mi ascolta non capisce. Mi sembrerebbe di parlare in turco a un eschimese”.

“E chi ti chiede di fare dei discorsi sensati?” rispose Potito. “Basta che diciamo qualcosa, non importa cosa. La prozia Vera ci vedrà muovere le labbra, sentirà lo spostamento d’aria, magari avvertirà dei ronzii, delle vibrazioni…Capirà che le stiamo ancora parlando, nonostante la sua sordità, e anche se non comprenderà niente, sarà felice”.

E così fu. I quindici ragazzi pagarono il loro debito di riconoscenza e intrattennero Vera con i loro discorsi senza senso fino alla fine dei suoi giorni.

La signora Van Vera morì a novantanove anni, felice.

Ma dopo di allora, quando i ragazzi parlando con i loro genitori – che ci sentivano benissimo – dicevano qualche stupidaggine, si sentivano rimproverare: “Ehi! Cosa stai dicendo? Non stai mica parlando a Van Vera!”

Col tempo, nome e cognome si fusero in un’unica parola e la fama si sparse al punto che, ancor oggi, quando qualcuno parla dicendo delle cose senza senso, si usa dire che “parla a vanvera”

(tratto da “Parlare a vanvera”, di Bianca Pitzorno, libro che tutti dovrebbero aver letto e regalato almeno una volta nella vita)

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