Smilla

La prima volta che incontro Esajas è un giorno di agosto di un anno e mezzo fa. Un’afa pesante e umida ha trasformato Copenaghen in un vivaio di momentanea follia. Sono su un autobus che sembra una pentola a pressione, indosso un vestito nuovo di lino bianco con un’ampia scollatura sulla schiena e un bordo di balze di pizzo valenciennes che mi hanno richiesto un mucchio di tempo per stirarle e dargli volume, e che ora si sono abbandonate alla generale depressione.C’è gente che in questa stagione se ne va al sud. Verso il caldo. Personalmente non sono mai stata più a sud di Koge. E non ci andrò finché l’inverno nucleare non avrà raffreddato l’Europa.È uno di quei giorni in cui ci si potrebbe interrogare sul senso dell’esistenza e scoprire che non ne ha. Sulle scale, al piano sotto il mio, c’è qualcosa che razzola.

Quando giungero in Danimarca le prime ondate di groenlandesi, negli anni Trenta, una delle prime cose che scrissero a casa fu che i danesi sono dei porci: tengono i cani nelle loro abitazioni. Per un attimo credo che quello sulle scale sia un cane. poi vedo che è un bambino, ma in una giornata come quella non fa molta differenza.
«Sparisci, merdina» gli dico.
Esajas alza lo sguardo. «Peerit» risponde. Sparisci tu.
Sono pochi i danesi che se ne accorgono. Credono di scorgere qualcosa di asiatico, specialmente quando ho messo un po’ d’ombra sotto gli zigomi. Ma il ragazzino sulle scale mi guarda dritto con due occhi che individuano subito ccosa ci accumuna. È uno sguardo che si vede nei neonati. Poi scompare per riapparire a volte nelle persone molto anziane. Anche per questo, probabilmente, non ho mai voluto complicarmi la vita con dei figli: troppe riflessioni sul perché la gente perde il coraggio di guardarsi negli occhi.
«Mi leggi qualcosa?»
Ho un libro in mano. E’ da quelo che origina la sua domanda.
Si può dire che somiglia a un elfo del bosco. Ma siccome è sporco, indossa solo le mutande e luccica di sudore, si può anche dire che somiglia ad una foca.
«Pussa via» gli dico.
«Non ti piacciono i bambini?»
«Io li mangio i bambini.»
Si fa da parte.
«Salluvutit, tu menti» dice quando gli passo davanti.
In quel momento vedo due cose che in qualche modo mi incatenano a lui. Vedo che è solo, come lo sarà sempre chi è in esilio. E vedo che non teme la solitudine.
«Che libro?» mi grida dietro.
«Gli Elementi di Euclide» dico sbattendo la porta.

E infatti erano Gli elementi di Euclide.
È il libro che tiro fuori quella sera quando suonano alla porta e lui è lì, ancora in mutande, e mi fissa, e io mi faccio da parte e lui entra nell’appartamento e nella mia vita per non uscirne mai più. Prendo dallo scaffale gli Elementi di Euclide. Come per scacciarlo. Come per mettere subito in chiaro che non ho libri in grado di interessare un bambino, che io e lui non possiamo incontrarci su un libro né in altro modo. Come per sfuggire qualcosa.

Ci sediamo sul divano. Lui tiene la gambe incrociate, proprio sul bordo, come sedevano i bambini di Thule a Inglefield, d’estate, sul bordo della slitta che nella tenda sostituiva la panca.
«Un punto è ciò che non può essere diviso. Una linea è una lunghezza senza larghezza.»
Questo è il libro che lui non commenterà mai, quello a cui torneremo continuamente. Mi capita di provare con altri libri.
Una volta prendo in prestito Petzi al Polo. Ascolta tranquillo la spiegazione delle prime immagini. Poi mette un dito su Petzi.
«Che sapore ha?» chiede.
«Un semicerchio è una figura delimitata da un diametro e dalla circonferenza tagliata dal diametro.
Per me, in questa prima sera di agosto, la lettura attraversa tre fasi.
Prima c’è solo l’irritazione per una circostanza assai seccante.
Poi quello stato d’animo che invariabilmente mi prende quando penso a questo libro: la venerazione. La certezza che è la base, il limite. Che quando si va indietro, passando per Lobacevskij e Newton, fin dove si può arrivare, si finisce ad Euclide.
«Sulla maggiore di due linee rette date di diversa grandezza…. »
Poi non mi rendo più conto di cosa sto leggendo. A un certo punto ci sono solo la mia voce nella stanza e la luce del tramonto che entra da Sydhavn. E poi non c’è nemmeno la mia voce, poi ci siamo solo io e il bambino. A un certo punto smetto. E allora restiamo lì seduti e guardiamo davanti a noi, come se io avessi quindici anni e lui sedici, e avessimo raggiunto the point of no return. Improvvisamente si alza e in silenzio se ne va. Io guardo il tramonto,
che in questa stagione dura tre ore. Come se il sole, sul punto di partire, avesse comunque trovato nel mondo delle qualità che ora gli rendono difficile il congedo.

(Peter Hoeg, Il senso di Smilla per la neve)

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