Agota

Alcuni anni fa in occasione del mio compleanno ricevetti da un’amica un regalo particolare, i suoi tre libri preferiti. Mi trovai tra le mani “Qualcuno con cui correre” di David Grossman, “Il libro del buio” di Tahar Ben Jelloun e “Trilogia della città di K” di Agota Kristof.
Tre libri vibranti, densi, tre stili profondamente diversi.
Ma solo uno mi ha arsa viva nello scorrere delle pagine; solo uno ha sciolto nell’acido alcune mie certezze. Agota Kristof è rea di parricidio letterario. Mi ha insegnato ad inseguire il cinismo negli angoli delle buone maniere, ad esplorare la cattiveria umana fin nel profondo. Senza compiacimento né orrore, descrive con lo sguardo gelido del narratore i rapporti perversi tra i personaggi, la crudezza e la sporcizia, la rinuncia ad una bontà ipocrita ma socialmente accettata.

Ho scelto Agota Kristof come lettura pasquale 2014. Ho consumato 2 libri in 2 giorni.
E in effetti da Agota Kristof sto imparando molto. In primis a non ripudiare i miei cattivi sentimenti. Parafrasando Venedikt Erofeev, bisogna rispettare le tenebre della propria anima, guardare e non sputare.
E questo può essere a mio avviso profondamente educativo e rieducativo. Studiare nel dettaglio mie proprie miserie e perversioni, i rancori, gli odi, gli omicidi consumati nella mente. Carpirne gli umori e i liquidi, succhiarne il veleno.
E solo allora – nel caso – operare comportamenti correttivi.

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