La versione adulta di “Non accettare caramelle dagli sconosciuti”

Parental advisory. Explicit content.

che è traducibile all’incirca così

Genitori che capitate da queste parti, quello che leggerete di seguito non è un pretesto per angosciarsi ogni volta che i vostri figli usciranno la sera. E’ stato un episodio grave ma raro, al punto da sorprendere tutte le persone con cui ne ho parlato.
Figli, mi rivolgo a voi, che potreste capitare in una situazione simile alla mia ed essere altrettanto
ingenui (per non dire stupidi). E’ un episodio raro ma è successo, quindi sgaiatevi e tutelate voi stessi e le persone che vi amano.

***

Erano anni che sentivo parlare del Festival “Artisti in Piazza” di Pennabilli.
Quest’anno le altre priorità e giustificazioni erano finite, il viaggio s’aveva da fare.
Partiamo sabato mattina, in quell’orario preciso perfetto per ritrovarsi a mezzogiorno imbottigliati in tangenziale a Bologna, immobili e fastidiosi come le palline di mollica incrostate sul palato.
Dopo ore di fatiche automobilistiche raggiungiamo Pennabilli,  in ritardo per il primo spettacolo ma in tempo per godersi i successivi e la bella giornata.
Sabato pomeriggio scorre così, tra il circo e le marionette, gli spettacoli teatrali e musicali.
Per arrivare verso orario di cena a scegliere la coda più corta per il cibo e rigettarsi nell’arte.
Patatine fritte, un sorbetto al caffè e poi… spettacolo di fuoco!
Il mio ragazzo rientra alla base per un sopravvenuto mal di schiena, io e Mara restiamo a zonzo a goderci gli spettacoli notturni.
Capitiamo tra il pubblico di un’orchestra salentina e quando la musica chiama il passo dalle ultime file a sotto il palco è sempre breve.
Attorno a noi tanta gente, da quelli che ballano la pizzica con professionalità a quelli che pogano più o meno a tempo. Scegliamo il luogo migliore, fuori dal pogo, vicino alla sedia con le nostre borse e attaccate alla musica.
Vicino a noi altre due ragazze che ballano tra di loro.
Una di loro, come talvolta succede ai concerti, mi offre da bere. Liquore ai mirtilli. Ne prendo un sorso, ringrazio, porgo a Mara che rifiuta, lo restituisco alla ragazza.

Continuiamo a ballare fino a quando anche l’orchestra salentina e i suoi indefessi ballerini cedono. E’ l’una e ci spostiamo sotto i tendoni del dj set.
Non è la musica che ascolto di solito ma l’atmosfera è buona. Restiamo lì a ballare per i fatti nostri, beviamo da una bottiglia di mirto acquistata per un viaggio precedente e mai inaugurata.

Alle tre ci spostiamo nell’altro tendone, dove propongono un dj set diverso.
Facciamo qualche passo dentro il tendone e io inizio a sentirmi male. “Mara, portami fuori,sto male”. Qualche passo fuori e poi è black out delle gambe, come se qualcuno mi avesse calciato fortissimo da dietro alle ginocchia, ma non sento alcun dolore.

Mara mi appoggia alle transenne appena fuori dalla struttura, comincio a vomitare incessantemente. Arriva uno della security della manifestazione, ci dice che non possiamo stare lì. Dopo un po’ di repliche aiuta Mara a farmi sedere su una panca. Io nel frattempo non riesco più a tenere gli occhi aperti, sento i suoni ma non ho più nessun controllo sul mio fisico. Le braccia, le gambe, la testa, tutto ciondola senza che io possa opporre alcuna volontà, alcuna forza muscolare. Non prevale il panico, semplicemente mi abbandono alla mancanza di controllo sulla situazione. Come si dice in gergo, me la metto via.

Arrivano dei ragazzi, vedono la preoccupazione di Mara che non sa se portarmi alla tenda o all’ambulanza. Uno di loro mi osserva, probabilmente ha qualche conoscenza di tipo medico. Mi apre la bocca, guarda il palato, osserva gli occhi.
“Guarda che la tua amica qui non ha solo bevuto”, allude.
“Ma guarda che abbiamo mangiato e bevuto le stessa cosa, delle patatine e del mirto, e nella stessa quantità. E io adesso sono così e lei… beh, lo vedete” replica Mara.
I ragazzi si propongono di aiutarla a riportarmi alla tenda.
Due ragazzi mi prendono dai due lati e Mara cammina avanti cercando la tenda.
Nel buio, nel panico, nell’assurdità della situazione la strada per la tenda si perde.
Io inizio ad sentire abbandono ed insofferenza allo stesso tempo. Le orecchie sono l’unico organo che esegue la mia volontà. Uno dei due ragazzi è costretto a prendermi in braccio, il mio corpo morto pesa quanto mercurio.
“Mara quanto manca?” cerco di scandire.
“50 metri”. Che poi si moltiplicano ad ogni nuova ricerca della tenda. Vorrei piangere, ma non sento nemmeno gli occhi.
Sono le 3 e mezza e arrivo da Ake, gelida, abbandonata alla gravità come il quadro di una deposizione.
Da lì inizia una lunga notte di vomito, freddo, paura di essere lasciata sola, con il mio ragazzo che ad intervalli regolari di 15 minuti mi sveglia e decide se portarmi all’ambulanza. Con me che ogni 15 minuti lo insulto perché mi sveglia e poi pigolo “Non lasciarmi, stai qui”. Con me che ho paura come non mai, lui forse anche.
Mi sveglio al mattino dopo con lo stomaco distrutto, mentre Ake e Mara sono seduti fuori dalla tenda. Negli spazi lasciati liberi dall’emicrania sento emergere delle parole…
Ketamina. Mdma. LSD.
“Vale non possiamo esserne certi ma molto probabilmente ti hanno dato della ketamina”
…che?
“Le ragazze con la bottiglia. E’ l’unica cosa che abbiamo fatto di diverso ieri sera. Ed è l’unica cosa che sommata all’alcol può averti ridotto così, perché quella non era una sbronza e non hai passato nessuno stato di esaltazione. Eri normale e poi di colpo sei crollata.”
… ma … due ore dopo?
“probabilmente è quando è entrato in circolo l’alcol
… ma… perché?… ma che senso ha?
“Pensavano che il tuo modo di divertirti fosse uguale al loro”
… ma… non mi hanno detto niente… non mi hanno avvisato che non era solo alcol… io sono stata male…
“Vale, potevi avere un arresto respiratorio”
…?
“Poteva andare peggio. Poteva andare male.”
Capisco il senso di quel “male” e rimango in silenzio. Mi sento stupida, profondamente stupida. Mi sento in colpa perché vedo due facce bianche, appesantite, stanche da una notte di pensieri. Mi sento schifata, perché essermi fidata di una stronza vestita in modo tranquillo e con la faccetta angelica poteva essere il mio ultimo gesto su questa terra. Mi sento delusa dal genere umano. Mi sento stupida, stupida, stupida.
Io che pensavo che la droga ti arrivasse solo se la cercavi o che te la offrissero sempre esplicitamente.
Io che pensavo che la gente che balla con te ad un concerto vuole solo quello che vuoi tu: ballare, cantare, stare in compagnia senza devastarsi.
Oggi ho imparato la versione adulta di “Non accettare caramelle dagli sconosciuti”. E non mi è piaciuta.

A settimane di distanza mi sento ancora stupida. E ancora avrei voglia di trovarmi davanti la ragazza con maglietta azzurra e capelli corti. Non so cosa le direi, forse “Ti rendi conto del male che hai fatto a me, ad Ake e a Mara? E di quanto altro male poteva arrivare, se solo avevo allergie, se solo avevo una crisi di panico?”. Forse la picchierei. Sono una pacifista ma credo che per lei farei un’eccezione. Almeno una bella sberla, una pestata di piede. Qualcosa.
E a settimane di distanza resto delusa, sono vincolata a non avere più fiducia nelle facce non note che mi offrono da bere.
Ho tante domande, ma l’unica pressante è “Perché?”

“Ai rave ho imparato a chiedere sempre cosa c’è dentro quando ti offrono da bere”
Sì ma cazzo, non era un rave, era un concerto di musica popolare, in un contesto tranquillissimo.
“Vale…”
Sì, ho capito. Sono stata stupida e non avrei dovuto farlo. Ma a pelle mi sembravano persone di cui ci si poteva fidare
“Ecco, non lo erano”
Ho visto.

3 pensieri su “La versione adulta di “Non accettare caramelle dagli sconosciuti”

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