Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares (Pessoa ai tempi del web)

Se scrivo ciò che sento è perché così facendo abbasso la febbre di sentire. Quello che confesso non ha importanza perché niente ha importanza. Con ciò che sento costruisco dei paesaggi. Fabbrico delle vacanze con le sensazioni. Mi è facile capire le ricamatrici che ricamano per pena e coloro che fanno la calza perché esiste la vita. La mia vecchia zia faceva dei solitari durante l’infinito delle sere di veglia. Queste confessioni del sentire sono i miei solitari. Non li interpreto come chi interroga le carte per conoscere il destino. Non le scruto perché nei solitari le carte non hanno un valore preciso. Mi srotolo come una matassa multicolore oppure invento con me stesso delle figure di spago come quelle che fra bambini si tessono con le dita aperte e si passano da un bambino all’altro. L’unica cosa che mi sta a cuore è che il pollice non sbagli il laccio che gli spetta. Poi giro la mano e l’immagine cambia. E io ricomincio.

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