Aspettando il Towel Day

(…)È importante notare come all’improvviso e contro ogni probabilità, un capodoglio si fosse materializzato parecchie miglia al di sopra della superficie di un pianeta alieno. E non essendo questa una condizione naturalmente sostenibile per una balena, l’innocente creatura ebbe pochissimo tempo per accettare la propria identità. Ecco che cosa pensava mentre cadeva.

Aaah… Oooh… Che succede? Chi sono? Perché sono qui? Qual è il mio scopo nella vita? E soprattutto, che significa “chi sono?”.
Okay, okay, calma, calma! Riprendiamoci.
Ah… Che sensazione interessante. Che cos’è? È come un pizzicorino alla… beh, sarà il caso di cominciare a dare un nome alle cose. Chiamiamola eh… “coda”? Sì, coda.
Ehi, che cos’è questo fragore che mi sibila intorno a quella che chiamerò “testa”? Vento. Com’è come nome, eh? Funziona? Sì! Ho le vertigini da cose nuove. Sarà il vento? Ce n’è veramente un sacco adesso, eh?
E che cos’è che mi sta venendo incontro tanto in fretta? Così grande, piatta e tonda. Ci vuole un nome altisonante, anzi, altisuonante.
Suono.
Suolo!
Perfetto! Suolo!
Ah ah! Chissà se diventeremo amici. Ciao, suolo!

Curioso a dirsi, l’unico pensiero che attraversò la mente del vaso di petunie cadendo fu:
“Oh, no. Un’altra volta!”.

In molti hanno ipotizzato che se sapessimo perché il vaso di petunie abbia pensato questo, sapremmo molto di più sulla natura dell’universo di quanto ne sappiamo ora.

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