Natale

Il Natale non è mai stato per me la noia dei pranzi in famiglia o l’ansia dei regali diplomatici.

Anche nell’età più bastiancontraria, nei buchi neri della mia intelligenza preadolescente, Natale era per me la festa di una serena e affettuosa emigrazione verso Ferrara.

(Non Ferrara, ad essere precisi, Voghenza. Ma mi son spesso permessa dell’approssimazione in virtù del fascino esotico del nome Ferrara.)

Voghenza e le sue mille anime scarse, la sua socialità a maglie strette in cui tutte le famiglie si conoscono, in cui io so chi sono. Io sono una Barbieri, sono il sangue del fabbro e della sarta del paese che scorre in nuove vene.

Voghenza ha una chiesa, due bar, epigrafi enormi, distanze a misura di piede, un teatro sociale, tradizioni rigorose come la cioccolata calda e il pinzino dopo la messa della notte di Natale.

Ha nomi come Mercedes, Vanna, Alfonsina, Casimiro, Iames e cognomi che indossi come abiti in prestito.

Ha sciami umani che con naturalezza si muovono da una casa all’altra a chiedere un uovo, a portare un pezzo di torta, a raccontare o chiedere un racconto o delle informazioni.

Qui ritrovo le radici profonde del mio albero genealogico e della mia risata troppo sonora, la mia Macondo emiliana di vino rosso, aneddoti, cognomi, salama da sugo e cimiteri come luoghi di ritrovo.

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