ColloquiAndo

Presi per il verso giusto, i colloqui di lavoro sono una faccenda dannatamente divertente. E un ottimo espediente narrativo.

Colloquio fissato per sabato mattina ore 9 in una distilleria del trevigiano. Elisa, priva di cognome come tutto il personale delle agenzie di lavoro, mi detta il numero di telefono del responsabile del personale che terrà il colloquio. “Chiamalo quando arrivi, perchè l’azienda è chiusa e ti deve aprire il cancello”.

Sabato mattina, ore 7. Scopro con orrore che il sito web della distilleria manca di mappa e che gli amici Viamichelin e Google Maps fanno spallucce quando inserisco l’indirizzo di destinazione.

Salgo in macchina, arriverò al paese e chiederò indicazioni.

“Non ho mai sentito quella via” “Ma sei sicura fosse questo il paese?”

Il terzo passante paziente conferma, è una dannatissima frazione quella che sto cercando.

Arrivo, chiamo il numero indicato da Elisa. Dall’altra parte la voce di un vecchio. “E’ il signor ___?” “Sì” “Io son qui dal cancello. Può aprirmi?”

Entro con la macchina, passando oltre la sagoma grigia che mi fissa da dietro la porta a vetro, e parcheggio vicino allo stabile.

“Non lì, non lì!” ripete la voce del vecchio Bianconiglio responsabile del personale. Non capisco, lo fisso inebetita. “Non lì, non lì, quello è il posto del padrone!”.

Con espressione sorridentemente perplessa sposto la macchina e seguo il Bianconiglio lungo le scale di legno.

Entriamo in uno studio con il soffitto altissimo, mi siedo. Si siede, estraendo al contempo il mio curriculum da un cassetto. Mi chiede di parlare di me. Odio quando me lo chiedono, odiavo già il tema libero alle elementari, figurati. Mentre parlo a braccio della mia beata formazione, il Bianconiglio evidenzia in giallo i passaggi più significativi, per lui, della mia breve e caotica vita lavorativa. Dove pensa che ci siano delle aggiunte da fare, chiosa a lato del cv con grafia da vecchio bottegaio.

Tre quarti d’ora di evidenziatore e chiosatura, poi arriva una telefonata che lo riempie di apprensione.

(E’ tardi! E’ tardi!, mi sembra di sentire)

Lui, il Padrone, si è palesato.

Il Bianconiglio si agita, perde telefonate sul cellulare, fa movimenti involontari.

La porta si apre di colpo ed entra Lui, il Padrone, un mirabile incrocio tra Renato Zero e John Cleese nella scena in cui fa i colloqui di lavoro in Python’s Flying Circus.

“Maaaa tu cosa vuoi fare nella vita Valentina?” dice muovendo le mani in ampi cerchi.

Non guardargli le mani, rispondigli in maniera logica, non guardagli le mani – mi ripeto. Inizio a barcamenarmi con le mie finte risposte da colloquio. Non mi lascia finire. Altra domanda. Inizio a rispondere. Non mi lascia finire. Altra domanda.

Ogni singolo oggetto nella stanza inizia a rumoreggiare in maniera sempre più insistente. Il Padrone si agita. Riemerge correndo il Bianconiglio.

Io inizio a correre lungo le scale di legno che si allungano come un serpente infinito. Divento sempre più piccola, più piccola, più piccola..

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