Descrivendo il desiderio

Anni fa, quando ancora andavo all’università, le mie coinquiline mi regalarono “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire”.
Immagino fosse perchè volevano avere la libertà di leggerlo senza la responsabilità che fosse proprietà loro. Comunque lo lessi, e mi sorpresi non poco del clamore che c’era attorno a quel libro. Non conteneva nessuna traccia di passione, di trasporto, di desiderio: era la mera descrizione di operazioni meccaniche, sterilizzate.
C’è più sensualità in due parole di Cent’anni di solitudine che in quelle tronfie oltre cento pagine.
Ho trovato un altro buon esempio di descrizione del desiderio, tratto da “Le cosmicomiche” di Italo Calvino. A riprova che non basta il soggetto della descrizione per assicurare il livello della resa.

“Tutto sarebbe avvenuto da un momento all’altro, con semplicità e naturalezza: dopo tanto andar separati senza poterci avvicinare d’un palmo, dopo tanto averla sentita estranea, prigioniera del suo tragitto parallelo, ecco che la consistenza dello spazio, da impalpabile che era sempre stata, si sarebbe fatta più tesa e nello stesso tempo più molle, un infittirsi del vuoto che sarebbe parso venire non fuori ma da dentro di noi, e avrebbe stretto insieme me e Ursula H’x (già mi bastava chiudere gli occhi per vederla venire avanti, in un atteggiamento che sapevo suo anche se diverso da tutti gli atteggiamenti a lei soliti: le braccia tese all’in giù, aderenti ai fianchi, torcendo i polsi come se si stirasse e nello stesso tempo accennasse a un divincolamento che era anche una maniera quasi serpentina di protendersi) ed ecco che la linea invisibile che percorrevo io e quella che lei percorreva sarebbero diventate una linea sola, occupata da una mescolanza di lei e me dove quanto di lei era morbido e segreto veniva penetrato, anzi, avvolgeva e quasi direi risucchiava quanto di me con più tensione era andato fin lì soffrendo d’essere solo e separato e asciutto.”

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