“Libera stampa!”, una serata di giornalismo mondiale

‘’Libera stampa!’’

Quest’ esclamazione (o invocazione?) è il titolo di una serata sulla libertà di stampa tenutasi sabato 14 maggio a Vittorio Veneto (TV), organizzata dall’ associazione Mondo in Cammino e patrocinata da Lsdi. Mondo in Cammino cura progetti di cooperazione internazionale e di solidarietà nell’area post-sovietica, con particolare attenzione al Caucaso.

Protagonisti della serata erano Vera Politkovskaja, figlia della giornalista russa uccisa a Mosca nel 2006, Leonardo Coen, fondatore e corrispondente de La Repubblica da Mosca e Massimo Bonfatti, presidente di Mondo in Cammino.

L’incontro si è aperto con la testimonianza di Zarema Sadulaeva, letta da Massimo Bonfatti su Anna Politkovskaja. Una prima impressione curiosa su questa donna arrivata in Caucaso vestita da “moscovita” e che man mano era entrata in un rapporto sempre più profondo con la realtà cecena.

“Voglio che conosciate la verità, poi se vorrete potrete optare per il razzismo e il cinismo in cui si sta impantanando la nostra società” ripeteva la giornalista. Un’idea che Leonardo Coen collega alla “responsabilità della memoria”, cioè al dovere di testimoniare che è propria giornalismo. Le difficoltà incontrate da associazioni indipendenti come “I nomi ritrovati” e il “Centro Sacharov” testimoniano una volontà di insabbiamento fortemente presente in Russia. “Il coraggio di Anna Politkovskaja è documentato dalla raccolta del suoi articoli, che è stupenda. I più bei racconti di Anna sono quelli che riguardano la corruzione degli apparati del governo e delle amministrazioni, hanno toccato un nervo scoperto. La Politkovskaja ha rappresentato un tipo di giornalismo inedito in Russia, scritto in modo molto lucido, con poca enfasi e molta concretezza”

Ma non tutti condividono il pensiero di Coen. Secondo Markov, noto politologo russo, quanto sostenuto da Anna Politkovskaja risultava comprensibile in Occidente, ma non in Russia. “Se tutti i media del mondo lo capivano e in Russia no, il problema sta nel paese” replica la figlia della giornalista. “Quello che sosteneva mia madre è che anche se una persona si trova in minoranza, deve essere ascoltata”.

Questa testardaggine, questo coraggio della testimonianza delle violazioni dei diritti umani ha avuto conseguenze sempre più pesanti per la vita di Anna Politkovkaja e la sua famiglia.

Racconta Vera, con voce sorprendentemente calma: “Le minacce sono state parte della nostra vita da sempre. All’inizio a riceverle era mio padre, che lavorava nel giornalismo d’opposizione. Poi si sono rivolte a mia mamma. E sono aumentate quando lei ha iniziato ad occuparsi di Cecenia. In famiglia si è parlato delle possibili conseguenze delle minacce e mia mamma ci aveva spiegato cosa fare, a chi rivolgerci. Quindi in qualche modo eravamo pronti, anche se oggettivamente non ce l’aspettavamo in quel momento preciso: era morto mio nonno, mia nonna stava male, eravamo assorbiti da diversi problemi.”

Di fronte a questa dimensione quotidiana ed abituale della minaccia acquista ancora più rilevanza il bivio di fronte a cui si trova ogni giornalista in Russia: seguire i dettami e fare carriera o esprimere la propria posizione e subirne le conseguenze.

La seconda linea è quella scelta dal giornale “Novaja Gazeta”, che Coen illustra con alcuni episodi.

“La redazione della Novaja Gazeta è costruita come una sorta di fortino. Quando sono andato dal direttore, questi ha chiuso la finestra e acceso un apparecchio che avrebbe disturbato eventuali intercettazioni. A Samar ho intervistato un giornalista della Novaja Gazeta. Dopo qualche tempo è stato picchiato e la sede è stata chiusa.”

In particolare, quando si tocca il legame tra politica e affari si finisce immancabilmente nel mirino (come l’episodio del bosco di Chimki).

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