L’arcipelago e la storia

Negare la storia fa parte del lascito più ripugnante del Novecento.

Negare la shoah, negare i Gulag, negare l’Holodomor, Srebrenica, Guantanamo o Katyn, negare la P2 o i rifiuti tossici, negare le responsabilità e gli errori di Ustica o la strage di Bologna.

Negare comunque, additando altri o parlando d’altro, il trucco non modifica la sostanza.

Per questo, la notizia che da ora il nome di Solženicyn farà parte dei programmi di storia delle scuole russe mi riempie di una sensazione tiepida, tra la soddisfazione, l’energia, la sete.

 


dal blog Matteo bloggato Russia.

Evento epocale: “Arcipelago GULAG” è entrato nei programmi scolastici

Nel dicembre 1973 a Parigi fece scalpore la prima pubblicazione dell’epico studio narrativo di Aleksandr Solženicyn. I contemporanei scrissero: “Forse un giorno considereremo la comparsa di “Arcipelago” un segno dell’inizio del crollo del sistema comunista”… “Questo libro potrebbe divenire il libro principale della rinascita nazionale, se al Cremlino sapessero leggerlo”.

La prima cosa si è avverata. E la seconda? In ogni caso, nel settembre 2009 “Arcipelago GULAG” è stato inserito nello standard di istruzione delle scuole russe. Nel gennaio 2011 entrerà nei programmi: con “Prosveščenie” [1] è uscito il volume unico “Arcipelago GULAG. Edizione ridotta”. La versione è proprio per le scuole.

Iniziatore dell’introduzione di “Arcipelago” nei programmi scolastici è stato il primo ministro della Federazione Russa Vladimir Putin. Che con questo ha dato anche il miglior contributo alla lotta alla falsificazione della storia nazionale.

Ma l’incontro del primo ministro con N.D. Solženicyna nell’estate 2009, le sue parole: “Dobbiamo studiare e propagandare l’opera di suo marito”, la risposta di Natalija Dmitrievna: “Meglio studiarla”, la decisione di introdurre “Arcipelago” nei programmi non sono stati descritti da tutta la stampa. Così come la prima reazione della nazione – il grido di dolore dei blogger da secondo banco della Runet [2]: “Era poco per noi “Guerra e Pace”?!”

Forse è poco. Dal 1905, quando nei programmi dei ginnasi entrarono Dostoevskij e Tolstoj, abbiamo vissuto un po’ di tempo… Attraverso “Guerra e Pace” non lo si può spiegare.

Su come “Arcipelago GULAG” spiega il ХХ secolo e perché è necessario nella scuola del ХХI la “Novaja gazeta” parla con la compilatrice dell’edizione ridotta Natalija Dmitrievna Solženicyna.

– Natalija Dmitrievna, ha iniziato davvero molto tempo fa il lavoro su questa versione?

– L’ha iniziato lo stesso Aleksandr Isaevič. Gli amici (in particolare quelli che hanno figli adolescenti) ripetevano: c’è bisogno di un’edizione ridotta di “Arcipelago”. Nelle lingue occidentali questa “versione scolastica” esiste dagli anni ’80. “Ma, – dicevano a noi, – c’è bisogno anche di quella russa”.

Aleksandr Isaevič a malincuore fu d’accordo. Tutt’altro che subito. Ma fu d’accordo. Ho un’edizione in tre volumi, su cui annotò le abbreviazioni.

L’autore portò avanti metà del primo volume. Tagliare questo testo gli era estremamente difficile. Alla fin fine mi disse: “Fallo tu!” Ma alla versione ridotta – non a quella adattata, ma proprio alla versione ridotta di “Arcipelago” – sono tornata nel 2009.

– L’ampiezza di questa versione è di circa 300 pagine contro le 1200 pagine del testo integrale?

– O circa 22 fogli a stampa dei 96 fogli di “Arcipelago GULAG”. Un ragazzo dell’ultima classe [3] è assolutamente in grado di leggerlo in due-tre giorni.

E’ un testo completo: non volevo fare “frammenti”, una crestomazia del “GULAG”. Anche se sarebbe stato semplice: “Arcipelago” pullula di singoli destini e storie. Sono penetranti. Tipiche degli anni ’20, ’30, ’40. Molto comprensibili per la conoscenza di un adolescente.

Ma allora avremmo avuto storie dolorose di singole persone che non avevano avuto fortuna: erano finite sotto la ruota. Ebbene, muoiono anche al fronte… Ma Aleksandr Isaevič non scrisse di questo.

Qui l’essenziale non è nei casi. L’essenziale è nel sistema.

In qualche modo si è affermato che “Arcipelago GULAG” è un libro sulle repressioni staliniane. E su che tiranno e carnefice fosse Stalin. Ma invece “GULAG” è anche su quelli che furono repressi. Perché in ogni violenza ci sono due aspetti: il carnefice e la vittima. E l’esito non è predeterminato: dipende da entrambi.

E dietro la svolta dei destini dei martiri in “Arcipelago GULAG” per tutto il tempo si pone una domanda: c’era qualche alternativa? Nel 1918, nel 1921, nel 1929, nel 1934?

– Per tutto il testo va avanti il tema del “non intervento”: nel 1928-1930 vengono processati gli “ingegneri-danneggiatori” con l’approvazione dei lavoratori, nel 1930 verrà anche l’ondata dei lavoratori. Nel 1921 nel silenzio delle campagne vengono presi i rivoltosi antonovcy [4], nel 1929 scorrerà un flusso di contadini “dal buon Ob’ [5]”.

E più avanti: “Come poi è divampato nei lager: ma cosa sarebbe successo, se ogni agente operativo, andando a fare un arresto di notte, non fosse stato sicuro se sarebbe tornato vivo o no… Se ai tempi degli incarceramenti di massa, per esempio a Leningrado, quando incarcerarono un quarto della città, la gente non fosse rimasta seduta nelle proprie tane morendo di terrore… ma avesse capito che non aveva nulla da perdere e nei propri ingressi qualche persona avesse teso delle imboscate… Agli organi [6] sarebbero rapidamente mancati gli agenti… e nonostante tutta la sete di sangue di Stalin la maledetta macchina si sarebbe fermata!

Se… Se… Abbiamo semplicemente meritato tutto quello che è successo dopo”.

Un tema scivoloso è anche la “rivolta dei singoli”. Talvolta ebbe anche successo. E di nuovo: “Una società civilmente coraggiosa non avrebbe dato motivo di scrivere… questo libro”.

– Solženicyn per tutto il tempo, togliendo strato su strato, cerca una risposta: cos’era la nostra società? Come si comportavano le persone? Come si comportavano quelli in libertà che sapevano cosa accadeva? Come si comportavano quelli che neanche lo sapevano? Esamina i modelli di comportamento in quegli anni. Va per tutti gli ambiti: con i reclusi, con gli indagati, con chi passa la prova cella-tappa-trasferimento-lager. E in ogni ambito l’esito comunque dipende anche dalla vittima.

Negli ITL [7] degli anni ’30 il potere vinceva facilmente: le persone sopravvivevano o non sopravvivevano una per una. Ma quando negli anni ’40 giunsero l’ergastolo, la speranza fu tolta del tutto e le persone divennero semplicemente numeri – qui queste divennero anche persone. Unirono le proprie volontà, la propria dignità, la capacità di sopravvivere, il proprio senso di giustizia oppresso fino alla fine.

Questo reagì come una molla. Il quarto di secolo di discesa agli inferi servì per far emergere le rivolte dei lager di Èkibastuz [8], Dubovka [9], Kengir [10] e Vorkuta [11].

…Ma è impossibile condannare persone su cui improvvisamente si abbatté una violenza inimmaginabile. Un tema importante di “Arcipelago GULAG” è l’impreparazione del paese a questo: per mano dei propri fratelli. Quando affondano una chiatta con delle persone sopra, solo affogando nell’acqua fredda vi rendete conto che questo in generale è possibile! Che siate una mercantessa o un ufficiale.

– Sì, se affondano la chiatta nel 1918. Ma per i lettori del 2010 il ХХ secolo è nella zona sub-corticale. O nella memoria razionale di chi non è in grado di studiare “GULAG” a scuola. Logicamente l’impreparazione del paese alla violenza è il tema più storico del libro. Ma noi dimentichiamo facilmente. Discutiamo: bisogna ricordare? O temiamo l’ombra di Stalin.

– Anche questo colpisce. I nostri terrori odierni – che questo non torni, che questo non torni… – sono tutti focalizzati solo su questo: ecco che arriva il nuovo Stalin!

…Arriverà, non arriverà. Ma quello che c’era è già da 57 anni nella tomba. E noi – parlanti la stessa lingua, viventi sullo stesso territorio, – noi, grazie a Dio, siamo ancora vivi.

E dobbiamo pensare a noi stessi come partecipanti a questo ipotetico processo e non come a vittime. Ma se verrà – come lo accoglieremo? A cosa siamo pronti? Che lezione abbiamo imparato? Andremo di nuovo senza protestare negli ITL e ognuno penserà solo a se stesso?

Se sarà cosi – di cosa ci lamenteremo?

Dobbiamo pensare non a un’ipotetica venuta di un tiranni, ma a noi stessi. Prepararci. Divenire persone che non si possono prendere di sorpresa.

Ecco il messaggio che Aleksandr Isaevič voleva mandare.

Non solo da parte sua, ma di tutto questo inferno.

– In “Arcipelago”, quarant’anni fa, l’artigliere del fronte Solženicyn, passato per il GULAG, parlò per primo dell’esperienza tedesca della denazificazione – e del Paese dei Soviet.


L’ARTICOLO PROSEGUE A QUESTO LINK.

INVITO TUTTI AD UNA DEVIAZIONE VERSO IL SITO DI MATTEO MAZZONI, CHE FORNISCE  MATERIALE ABBONDANTE E BEN CURATO SULLA RUSSIA CONTEMPORANEA.

4 pensieri su “L’arcipelago e la storia

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