Mo mama, ovvero L’intraducibilità

Copio pari pari una riflessione di Paolo Nori e dei suoi lettori, che riprendono un’espressione emiliana (o perlomeno parmigiana e ferrarese) e cercano di tradurla in qualche impossibile modo…


Mo mama

Ieri sera sono stato alla libreria Coop Ambasciatori e mi sono fermato fuori a finire di fumare una sigaretta e ho visto un cartellone di Eataly, che è la catena che gestisce il ristorante e il bar e il negozio di alimentari che c’è dentro il complesso Coop Ambasciatori insieme alla libreria e ho letto questa frase qua: Per prenotare la vostra regalistica aziendale scrivete a http://www.eataly.it.
E, a leggere regalistica aziendale, non l’ho pensato, ma avrei potuto pensare Mo mama.
Dopo sono arrivato a casa e nella posta elettronica ho trovato queste quattro traduzioni, di Mo mama:
1) “Ma mamma…!”, cioè “Oh mamma mia…!” (Vittorio Del Sante);
2) “Ma mamma mia!” o “Ma santo cielo!”. Cioè “Ma mamma mia (… cosa dici mai)” o “Ma santo cielo (… cosa dici mai)” (Leonardo Cocchi);
3) “Non ci si crede” , “È assurdo” (Nicola Bonani);
4) “Mo mama” sarebbe poi da tradurre “Mamma mia” che è un’espressione che all’estero riconoscono subito che è italiana, è un po’ come dire “Ciao” o dire “Spaghetti”. Però “Mo mama” non è proprio “Mamma mia” perché “Mamma mia” è poi la versione per bene di espressioni più colorite come “Porca Puttana”. Invece “Mo mama” è più la constatazione di qualcosa che ci stupisce sfracellandosi o mostrandosi.
Ad esempio se in mezzo alla strada passa un mio compagno delle scuole medie che poi l’ho conosciuto anche negli anni delle superiori e faceva quello alternativo che doveva avere sempre le braghe stracciate e non lavarsi, ecco allora se per dire lo vedessi un sabato pomeriggio in via Farini a prendere un aperitivo in uno di quei bar per fotomodelli e figli di notai, e avesse anche una morosa louisvuitton e un Dalmata al guinzaglio, ecco che allora mi si schianterebbe un qualcosa da qualche parte nel cervello, un due o tre neuroni forse, e credo anche più giù dalle parte dei maroni e la cosa più normale sarebbe far uscire dalla pancia un “Mo mama” girandomi verso qualcuno che ho a fianco.
Si perché il “Mo mama” c’ha anche, mi sembra, questa dimensione qui comune che non puoi dire “Mo mama” da solo, coricato sul divano, non ha senso. Puoi anche dirlo si, guardando la tv, magari se c’è il Papa che fa un discorso, allora si che puoi dire “Mo mama”, ma poi inevitabilmente ti giri a guardare qualcuno intorno, tua nonna, tua moglie, il gatto per vedere che faccia fa indietro, e se non c’è nessuno intorno, ormai è tardi e l’hai già detto.
Comunque mi vien da pensare in fin dei conti che “Mo mama” è un’espressione intraducibile ma che forse non serve neanche tradurla perché può esser capita abbastanza bene da tutti i parlanti di lingua italiana che si stupiscano, che si lascino cadere le braccia ogni tanto, che c’abbiano dentro questo senso dello stupore e dello smaronamento da provare a condividere con qualcuno. Ecco “Mo mama” è come dire “Mamma mia” e “Che palle” e “Ma davvero?” ma dirli insieme tutti in una volta (Matteo Martignoni).

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