Drogati. Comunisti. Drogati e comunisti. Giovani ai concerti.

Verso maggio inizia per me un tempo di pianificazione febbrile. Più che le vacanze, questione che in genere risolvo abbastanza velocemente, la vera attività organizzativa è quella di reperire i concerti a cui andare e farli rientrare nelle spese.
Per chi, come me, guadagna 800 euro al mese, è un’operazione attentissima. Per questo di norma la mia estate prevede al massimo un concerto massiccio e costoso e numerosi concerti di gruppi meno noti all’interno dei festival di Veneto, Emilia e Friuli Venezia Giulia.
Quest’anno, lo ammetto, ho sforato il budget. Ma mi piace pensare di aver fatto un investimento importante, un mutuo musicale.

4 LUGLIO, MILANO, SERJ TANKIAN
Ripresa esterna. Due figure ad un tavolo di fronte al Teatro Arcimboldi di Milano.Biglietto in una mano, birra nell’altra. 

Ore 2030. Al teatro si avvicina un pubblico improbabile, composto da fans dark dei System of a Down, fans di Serj recentemente acquisiti (un pelo più colorati, con i capelli più corti e meno tatuaggi), gente semplicemente curiosa, più elegante, amici dei musicisti della filarmonica, donne con tacco e tailleur e sciarpina, perché a teatro ci si va così, amici del teatro degli Arcimboldi, etnici-folk-buskers, nuove punk con capelli fuxia ma perfettamente curate in ogni dettaglio, 40enni tornati 20enni.

Di fronte a questo pubblico eterogeneo c’era la Filarmonica Italiana, abituata ai tempi e alle modalità di interazione con il pubblico della musica classica – il pubblico non urla, non interrompe a discrezione, se disturba viene richiamato da un sonoro SHHHHHH! 

Pacere della serata Serj Tankian, con il suo sguardo ardente e la voce nomade, in bilico tra metal e classica.

All’inizio la sensazione è stata quella che pubblico e orchestra parlassero lingue diverse, inconciliabili. Ma quanto il primo violino ha esposto anima e corde, la reazione da concerto rock non è sembrata poi così fuori luogo. Il violinista era spiazzato, certo, ma aveva capito.

Serj in questo era ago della bilancia, equilibrista, mediatore di questo processo di reciproco addomesticamento di pubblico e orchestra.
70 minuti di concerto intenso, appassionato e lunghi applausi.
Lunghi ma vani. Serj non è tornato sul palco, neanche per salutare e ringraziare, neanche per fischiettare Fra’ Martino.

Peccato per noi, non eravamo sfamati.
Peccato anche per lui.

***
6 LUGLIO, MESTRE, HEINEKEN JAMMIN FESTIVAL 

Forse sono troppo vecchia per l’Heineken Jammin Festival. Potrei essere la mamma dei fans dei 30 seconds to Mars.

Pensavo questo, e forse in effetti mi ha salvato solo l’aver scelto una giornata con nomi storici. Ero nella media dell’età.
Arrivo mentre suonano i Gossip, la cantante è già caduta e la sento inveire contro il pubblico. Non mi ritrovo nei Gossip, ma ammetto che ci sanno fare. E che quando la cantante ha intonato una cover di Whitney Houston e tutti si sono scoperti dei rockteneroni è stato un momento epico.
Abbandono il palco principale, vado a vedere i Lena’s beadream, gruppo di Parma selezionato all’interno del contest, mentre già il cielo cambia colore e inizia a piovere. 15 minuti di energia pura, poi vengono sfrattati dal loro palco e io e Crissy vaghiamo alla ricerca di un angolo asciutto. O perlomeno meno bagnato.
20 minuti in cui aleggia un senso di sfiga che richiama alla memoria la tromba d’aria del 2007.
Non quest’anno, non anche quest’anno.
Quando salgono sul palco gli Skunk Anansie il cielo si sta chietando. E’ il palco che si incazza.
Poi sale sul palco Ben Harper, che potrebbe cantare la lista della spesa o l’elenco telefonico e andrebbe comunque bene, che non fa mai qualcosa di totalmente inappropriato o grezzo. Fa’ qualcosa, accidenti, Ben!, rutta, sputa sul pubblico, dì che odi qualcosa, fossero anche i criceti o le caramelle alla mora, dì una parolaccia qualsiasi. Lui che accarezza i pensieri e le note, lui che sa che ha il potere di freddare una persona mantenendola in vita.
Poi entra Eddie Vedder e la cover di Under Pressure mi riscopre 12enne e urlante.
Ben abbandona il palco, e 3 anni di attesa addensano l’aria. 

Pearl Jam.

E di quelle due ore che sono seguite ricordo anche solo la durata struggente di Black e il groviglio umano in cui ci ha impastato, ricordo Alive, ricordo Keep on rockin in a free world, urlata davvero contro il cielo, alla faccia di Ligabue.

***

10 LUGLIO, FERRARA, LA TEMPESTA SOTTO LE STELLE

Ogni concerto ha almeno un piccolo obiettivo. Il mio per il 10 luglio era quello di dire addio a Moltheni.
Un’ora prima del concerto, la coda di chi voleva festeggiare il decennale dell’etichetta La Tempesta era già enorme.
Paziento in coda e mi chiedo se rientreremo nei primi mille, quelli che avranno in omaggio il cd. Avanzo di un mezzo passo alla volta, sul cemento, sul marciapiede, sotto l’arco. Entro, tra i primi mille.
Percorro la piazza del Castello di Ferrara ed entro nel delizioso cortile dove i Cosmetic stanno già suonando.
i Cosmetic o i loro figli? Ma quanti anni hanno questi? penso con un pizzico di invidia guardando dei ventenni già ingaggiati dalla Tempesta. Partenza melodica con voce ancora acerba e poi giù pesanti di chitarra batteria e distorsione.
Si faranno, si faranno.
Seguono gli Uochi Tochi nella piazza del Castello, l’unico gruppo rock negli intenti ma non nell’esecuzione. In 20 minuti danno rap, ossigeno e spunti.
E’ tornando nel cortile che colgo appieno il problema di gestire due aree concerti: il passaggio.
La security ci fa entrare un po’ alla volta, mentre i piedi già mi scalpitano al ritmo del Pan del Diavolo.
Essersi persi Coltiverò l’ortica essendo lì a fianco mi rende nervosa.E lì capisco che il concerto non è davvero fatto in modo che si vedano tutti i gruppi.
Quindi dopo aver tirato qualche maledizione per l’impedimento nel passaggio e aver sudato tutto il sudabile, decido di lasciar perdere i Sick Tamburo e di aspettare gli Zen Circus. Che non tradiscono le attese: istigano e fanno ballare.

Ore 21. Abbandono in anticipo gli Zen Circus lasciando Gianca nel pieno casino e inizio a prepararmi.
Esco dal cortiletto quasi a spintoni, nella calca pressante della Tempesta.
Moltheni è sul palco ad occuparsi del soundcheck. Apparentemente, niente è diverso dal solito. Forse quella diversa è la consapevolezza che sarà l’ultima volta che lo vedo esibirsi dal vivo.
Ci guarda, una coroncina di fiori tra i capelli, “Siete bellissimi”.E poi inizia a cantare, con quella voce che rende tollerabile l’amarezza più greve.
Petalo, Gli anni del malto, canzoni che fanno male ed alleviano…
Mancano pochi minuti, prima che lo spettacolo debba continuare senza di lui. “Vorrei ringraziare tutte le persone che ci hanno seguito e voluto bene in questi anni”.
Sento male, negli occhi, nei polsi. E fa quello che non avrebbe dovuto fare, canta Il bowling o il sesso. “Io non ho la facoltà di non reagire alle tue parole”. Nemmeno io, Umberto. E cedo di schianto.
L’ultima canzone, Per carità di stato, è un’eredità pesante e pensante.
Poi ci guarda, a lungo, sorride, temporeggia sul palco, abbraccia l’applauso eterno che la piazza gli dedica. Ciao Moltheni.

Poi ci sono le Luci della Centrale Elettrica, i TARM e il Teatro degli Orrori. Vasco Brondi che canta De Andrè e i Massimo Volume e altre sue parole malsane, i Tre Allegri e il Teatro carichi all’inverosimile.

Tre bellissime esibizioni. Ma non riesco ad urlare come le altre volte.

 

Un pensiero su “Drogati. Comunisti. Drogati e comunisti. Giovani ai concerti.

  1. Pingback: bejvavalo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...