Io non dimenticherò mai l’uomo e il significato che ha avuto per me.

Quando una persona famosa compie il suo 80esimo compleanno, il coccodrillo è già bello che pronto.
Ma io non sono una giornalista e non ero preparata alla morte di José Saramago.
Se solo me ne fossi ricordata l’altro giorno, che aveva ormai 87 anni, avrei potuto formulare per bene il ragionamento “Può morire da un momento all’altro, anche oggi”. Ma la vita mi teneva distratta e non ho preparato un discorso di commiato.

Sono passati altri due giorni e ancora oggi il pensiero più articolato che riesco a produrre sulla morte di Saramago non dista molto dal tripudio della banalità. “Abbiamo perso un grande uomo e un grande scrittore”.

Scusate. Non posso togliermi dalla testa l’idea che lo stiamo annoiando, Josè Saramago, con tutti questi discorsi sulla sua morte.

“Tanto ci pesa l’idea di dover morire, disse la moglie del medico, che cerchiamo sempre di trovare delle scuse per i morti, é come se stessimo chiedendo in anticipo di essere scusati quando giungerà il nostro turno”

scriveva in Cecità.

Forse, semplicemente non ci sono scuse per la morte di Saramago. Aveva vissuto la sua vita in bellezza, in pienezza e aveva diritto ad una morte che lo cogliesse lucido e ancora belligerante.
Ora si continua, anche senza di lui.
Dovremmo imparare a continuare la sua lotta, a difendere la vita e la sua passionalità, a intestardirci in questa strenua ricerca della libertà e della dignità umana di cui tanto ha scritto.

Contrastare l’ipocrisia e la violenza.

Far vivere in noi, ogni giorno, L’UOMO.

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