in difesa dello scrivere a mano (come scelta meritocratica)


Amo scrivere, rivelazione che risulta abbastanza lapalissiana per chi bazzica da un po’ questo mio logorroico spazio.
Mi piace il contatto fisico con la tastiera, il ticchiettio dei tasti, il movimento delle dita ormai autonomo dalla vista.

Ma la carta, scusate, la carta è un’altra cosa

.


La scrittura su carta è un modo di prendermi cura della persona a cui sto scrivendo, che sia qualcun altro o che sia io. E’ una sorta di interspazio anarchico tra due persone, rubato
alla velocità della connessione ADSL.
E’ una cura che parte dalla scelta della carta, spesso riciclata (sia per motivi ecologici sia perchè amo ciò che è ruvido, grezzo). Scelgo il colore in base alla persona a cui scriverò e al mio umore. Mi piace pensare che ogni lettera sia un regalo, un’attenzione e un’opera.
Adoro la dimensione fisica della carta, il suo carattere al tatto, all’odorato, all’udito, alla vista. La mano che struscia sulla carta ruvida.

Nello scrivere a mano ho delle piccole regole, o forse manie. Non scrivo mai una versione di brutta copia e non cancello se non barrando le parole. Quello che c’è nella testa passa quindi attraverso il braccio e fluisce nella carta, quasi senza mediazioni.
Così, finisce che nelle prime righe di ogni lettera temporeggio un po’, in attesa di trovare la linea che seguirò, poi trovo man mano il senso di quello che sto facendo.

Poi c’è la Moleskine per i pensieri mutevoli e tutto quello che mi annoto per motivi vari ed eventuali.
E il quaderno nero con i gufi, per i pensieri sistemati in versi.

Ah, e l’agenda. Ma l’agenda è lavoro, non si conta.

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