L’Uzbekistan oggi. Testimoniare significa rischiare 3 anni di carcere.

Mi piace essere donna, mentirei se dicessi il contrario.
Adoro il tocco fintamente naif con cui affrontiamo la vita, l’attenzione dolce e maniacale che prestiamo alle piccole cose, il senso di maternità verso tutti i bambini che siamo sicure di non incrociare mai più. Amo poter essere di volta in volta damina, Catwoman, acqua e sapone, donna vissuta, maschiaccio, intellettuale, ribelle, materna, sprezzante.
Fondere in me le mille personalità femminili senza ritenermi schizofrenica.

 

Ma, diciamocelo chiaramente, non sempre viene riconosciuta alla donna la sua specificità, non sempre le venga lasciato uno spazio che possa prendere la sua forma.
Perché essere donna non vuol dire dover essere troia.
Né dover mentire ad un colloquio sul tuo desiderio di maternità.
Non vuol dire dover subire e tacere.
Né dover faticare tre volte di più per vederti riconosciuto qualcosa.
Dovrebbe voler dire poter compiere delle scelte in autonomia che rispettino quello che sei, ma non funziona sempre così.

Questa è una storia di quando essere una donna che parla di donne può davvero complicarti la vita.
Umida Akhmedova (Умида Тухтамурадовна Ахмедова)
è una documentarista e fotografa uzbeca, abbastanza brava da lavorare per Associated Press, abbastanza onesta da aver rischiato 6 mesi di galera (o 2/3 anni di “lavori rieducativi”) per aver riprodotto troppo fedelmente la vita in Uzbekistan.
L’accusa? Aver insultato il suo popolo.
Che può essere tradotto così: non aver sottostato al mai morto realismo sovietico ed essere recidiva nella propria testimonianza.
Il documentario “Il peso della verginità” (2009), girato assieme al marito Oleg Karpov, è uno dei capi di accusa. Il corto è parte di un progetto sponsorizzato dall’Ambasciata Svizzera a Tashkent ed è incentrato sul tradizionale obbligo di dimostrare le propria verginità a cui vengono sottoposte le ragazze la prima notte di nozze. Senza fronzoli, senza demagogia, vengono intervistate le ragazze e le loro famiglie, ripresi i preparativi.

A questo link trovate il filmato, purtroppo solo in russo e senza sottotitoli.

 

Il peso della verginità, Oleg Karpov e Umida Akhmedova

 

A questo capo di accusa se ne aggiunge un altro, “Donne e uomini: dall’alba al tramonto”, una raccolta di scatti documentaristici, etnografici. Uomini, donne, giovani, bambini e la loro vita di tutti i giorni in Uzbekistan. Facce, situazioni, vita reale.

fotografie di Umida Akhmedova tratte da Donne e uomini: dall’alba al tramonto

Due testimonianze che non sono andate giù al governo uzbeco, evidentemente preoccupato di un’immagine ufficiale che non rappresenta il paese reale.
Il 13 gennaio la Akhmedova è stata giudicata colpevole di aver leso la dignità del suo popolo, dopo che un gruppo di specialisti nel campo di religione, spiritualità e psicologia avevano confermato che l’immagine che trasmettevano le sue fotografie poteva mettere in cattiva luce l’Uzbekistan agli occhi occidentali.

A Umida Akhmedova è stata concessa l’amnistia. Non è stata pubblicamente scagionata dalle accuse, è stata “graziata” dalla “magnanimità” di un giudice e dal fatto che ricorresse il 18° anniversario dell’indipendenza dell’Uzbekistan.

Fotografare il popolo uzbeco rimane quindi potenzialmente un reato e un atto offensivo per il popolo uzbeco.
Come se alla mattina non si guardassero allo specchio anche loro.

fotografia di Umida Akhmedova
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PS: Segnalo questo link: nell’album di fotografie di Magellano dedicate all’Uzbekistan. Perdetevi anche voi al mercato o tra i tasselli di un mosaico, nei costumi, nel cielo, nelle facce.
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