infanzia traumatizzata da Mac Gyver e Mentos

Domenica pomeriggio. Una stazione di Mestre brulicante di famiglie multietniche in gita. Io sono appena uscita dalla 4a ora di treno senza campanella della ricreazione e mi rendo conto che ho i liquidi sotto il livello di guardia. 

Bar.

No, distante, fatica, calca, dicono i piedi.

Ohi, poco fare i vecchi che tra due ore dovete ballare.

Sì, dopo facciamo tutto, dopo però, dicono i piedi.

Mi trovo con le punte dei piedi girate verso un distributore automatico poco distante e colgo il sottile messaggio subliminale del mio corpo.

Va bene, piedi, ma vi ricordo che tra due ore…

Sì, dobbiamo ballare.

La confezione di succo alla pesca cade nell’interspazio tra i prodotti e il mondo reale. Guardando altrove incastro la mano sotto lo sportellino blu, la mano si fa strada con la fatica di chi deve spostare un macigno e infilarsi in un cunicolo immediatamente dopo.

Trovato!

La mano esce dal distributore, la confezione del succo pure, la cannuccia no. Urge una seconda ispezione.

La mano torna in apnea ed esce sconsolata. La cannuccia si è persa ben prima.

Perfetto, ho in mano un succo di frutta che non posso bere.

La tentazione di mettermela via sembra avere la meglio, quando da dentro si fa sentire un moto di orgoglio non previsto.

Eh no no no.

Io sono cresciuta con Mac Gyver che scioglieva le serrature alitandoci sopra, che impediva le esplosioni usando la ceralacca. Avrò pur imparato qualcosa.
Dai, pensa alle vecchie pubblicità della Mentos. La soluzione geniale è possibile.

Inizio a crederci.

Il primo passo è bucare il cerchietto di alluminio in cui si infila la cannuccia.

L’unghia, soluzione più discreta, non scalfisce nemmeno la superficie.

Ho la soluzione. L’orecchino.

Mi sfilo l’orecchino e traforo il cerchietto con movenze da orafo.

Noto intanto una signora che mi osserva con fare tra l’incuriosito e il traumatizzato.

Forse ignorava che una signorina con cappottino e trolley può nascondere un self made man.

Tenendo in una mano la confezione del succo e nell’altra una bottiglia di plastica da mezzo litro vuotata in precedenza, mi dedico a sottili calcoli matematici: pressione del getto necessario per lanciare il succo verso la bottiglietta, inclinazione dei due contenitori, distanza tra i due contenitori.

La signora è ancora lì. Mi chiedo se non ha un treno da prendere. E soprattutto signora, che cosa faceva Lei negli anni ’90 quando la televisione ci insegnava a trovare soluzioni alternative anche per grattarci la pancia? Quando la Mentos ci diceva che se un cafone ci ha parcheggiato a 2 cm e non riusciamo più a uscire basta
chiamare 4 operai che ci sollevano la macchina e la mettono in carreggiata?

O che se si rompe un tacco basta rompere anche l’altro e continuare a camminare come se niente fosse?

Signora non ho tempo di occuparmi di Lei. Devo concentrarmi sulle mie azioni, Mac Gyver lottava sempre contro il tempo.

Mancano 10 minuti al mio treno, ma io fingerò siano 30 secondi, perché Mac Gyver 10 interi minuti non li ha mai avuti nella sua vita.

Qualche goccia cade per terra, ma il resto del succo atterra al sicuro nella bottiglietta di salvataggio. Ce l’abbiamo fatta.

Sollevo lo sguardo con l’espressione realizzata.

La tentazione di lanciare il mio sorriso più smagliante alla signora facendo il classico gesto del pollice in su è fortissima, ma mi basta incrociare il suo sguardo per capire che devo accontentarmi della mia autostima.

Signora, se lo lasci dire, Lei dagli anni ’90 non ha imparato proprio nulla.

2 pensieri su “infanzia traumatizzata da Mac Gyver e Mentos

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