suicidarsi, uno sport di noi giovani

Il Nordest del nostro paese è da sempre un’area famosa per l’operosità, le fabbriche, il razzismo,  basket rugby e pallavolo, per il lavoro nero.
Ora abbiamo anche un nuovo elemento su cui basare la nostra nomea: i suicidi.

1 novembre 09, Marco, 22 anni.
3 novembre 09, Adriana, 22 anni.
11 novembre ’09, Davide, 16 anni.
15 dicembre ’09, Elena, 15 anni.
14 gennaio ’10, Gianmarco, 16 anni
3 febbraio ’10, Andrea, 17 anni
15 febbraio ’10, Maddalena, 24 anni

In due mesi e mezzo abbiamo perso 7 madri e padri di famiglia, 7 futuri nonni, 7 dirigenti di banca o insegnanti o spazzini o camerieri o che cosa sarebbero diventati. 7 esseri che vivevano, amavano, s’incazzavano, piangevano, urlavano, ridevano, aspettavano il sabato sera per uscire, magari fumavano di nascosto o bevevano un po’ troppo.

Morire impiccati a 15 anni.

15 anni, maledizione.

A 15 anni forse non sai neanche cos’è il silenzio prima di un bacio o l’imbarazzo nello spogliarti davanti ad un’altra persona. Non hai vissuto l’estate che separa le scuole superiori dall’università. Non ti sei mai reso conto di quanto è brutta le tua foto sulla patente. Non hai mai visto tua mamma arrotolarsi nella cintura di sicurezza perché questa volta guidi tu. Non hai scelto se lavorare o continuare a studiare. Non hai mai dovuto spiegare ad un parente che cosa fai all’università. Non hai mai vissuto da solo, non hai mai pagato una bolletta di casa tua, non hai mai tenuto in braccio tuo figlio o tuo nipote.

Non posso dire di non aver mai pensato a suicidarmi, sarei ipocrita.

Ci ho pensato perché a volte hai una tale stanchezza addosso che non sai con chi prendertela, e la cosa più vicina che hai é il tuo corpo.
E perché le cose che vorresti dire non escono e ti consumano dall’interno.
Perché, in fondo, l’idea di addormentarsi e non svegliarsi più a volte non é così brutta.

E allora cos’è che mi ha tenuto qui, a tirar maledizioni?

Penso una cosa soprattutto: l’essere
stata cresciuta con l’idea che le sconfitte non fanno di te un
perdente, le sconfitte fanno di te un essere umano.
Tenti, cadi,
ti rialzi. Lo fai e lo rifarai in continuazione, e si chiama vita.

Umiliante forse, ma l’alternativa è rimanere per terra.

A pensarci bene, c’è un’altra cosa che mi ha tenuto, letteralmente, in vita: non aver mai dubitato fino in fondo del fatto di essere amata.

Questi sono i motivi per cui queste parole, scritte all’età di 18 anni, per me sono rimaste tali.

SUICIDIO
Di nuovo il fondo
é distante,
ancora sotto
Sono legata alla vita
solo dall’orgoglio dell’ego
appartengo già alla tenebra?
Allagare la mente in stralci di sonno
tentare il volo di Dedalo e Icaro
o squarciarsi
cosa cambia?
L’importante è azzerare il conto

Infra/land, di Gianluca Perticoni

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