maledetto CV

Il curriculum vitae è l’eterna sfida del disoccupato.

Detta in termini matematici, il curriculum sta al disoccupato come il bonsai sta al giardiniere: è un piccolo dittatore, richiede attenzioni continue, più è striminzito ma precisissimo più è apprezzato. E, soprattutto, se te ne dimentichi per troppo tempo sei fottuto.

Lo scopo finale del curriculum, anche se nessuno oserà mai dirlo in questi termini, è fingere che tutta la tua vita converga verso quel preciso posto di lavoro per cui ti stai candidando. Come se ne fosse la più naturale delle prosecuzioni. Eri predestinato a fare il collaudatore di boomerang.

Queste sono le conclusioni a cui sono giunta stasera, dopo aver messo mano ancora una volta al mio curriculum e avere creato l’ennesima sottocartella di “cv”.

Direi che vale la pena di fare una carrellata delle varie fasi del mio approccio al curriculum, chiarendo subito che non sono ancora arrivata ad identificare la modalità corretta.

IL CURRICULUM COME PALADINO DELLA GIUSTIZIA

Secondo me all’inizio si tende ad avere una visione un po’ romantica del curriculum vitae. Sarà il nome latino che richiama in noi l’orgoglio delle origini, oppure che la sezione “esperienze lavorative” è drammaticamente carente oppure ancora che vitae ci suggerisce che in quelle poche pagine dobbiamo incastrarci tutto il nostro valore. Oppure, semplicemente, sono fondamentalmente un’ingenua.

La prima volta che ho messo mano al temibile format europeo pensavo che nel cv dovessi dimostrare soprattutto di essere una brava persona.

Insomma, dalla lettura del mio cv doveva fluire uno spontaneo moto di riconoscenza verso i miei genitori.

Fiumane quindi di competenze sociali descritte minuziosamente, dal volontariato alle attività in parrocchia all’appartenenza a ong.

Mi chiedo ancora come abbia potuto tralasciare il WWF. Probabilmente se lo chiede anche il WWF.

Morale: 4 pagine di curriculum vitae in cui elencavo le merendine condivise alla elementari, le volte in cui passavo palla alle mie compagne a pallavolo, i libri prestati, gli scontrini del Commercio Equo e Solidale.

IL CURRICULUM COME ESPERIENZA ESTETICA
Ad un certo punto mi sono accorta che di fronte alle mie 4 pagine di Give Peace a Chance i selezionatori inorridivano. Troppo Seven Heaven per leggerlo fino in fondo. E quindi ho deciso di decorare il mio curriculum. Meno socialità e qualche fioretto in più. Una foto nuova di zecca, sorridente e rassicurante. Qualche parola inglese disposta quasi a caso. Un carattere tipografico più bello (addio Times New Roman 12, noi siamo giovani e usiamo l’Arial Narrow!), una disposizione graziosa e rilassante del testo all’interno della pagina. Mentre lo leggevi il mio curriculum ti faceva anche un massaggio drenante.

IL CURRICULUM COME EFFICIENZA TEUTONICA
Poi questo cv in tutù bianco e fiori tra i capelli è passato per le mani della Sorella Manager. Che l’ha ridotto a metà.
Ora il mio cv è una pagina e mezza, margini comodi, dice quello che vuole dire lui e se hai altre domande chiedi, che non stiamo mica qui a perdere tempo.
E’ scomponibile come un mobile Ikea a seconda del lavoro che mi si profila e ha dei comodi allegati da sfoderare eventualmente. Va al punto, non temporeggia, non spreca parole. Un’epigrafe lavorativa, ma mi piace pensare che un cv debba essere così.

E dopo tutte queste traduzioni e rielaborazioni di questa maledetta pagina e mezza, posso dichiarare ufficialmente che io non sono il mio curriculum vitae. E ne gioisco molto.


2 pensieri su “maledetto CV

  1. Scrivere un curriculum . Wislawa Szymborska (chiudi entrambi gli occhi sulla traslitterazione che io ignoro)Che cos’è necessario?E’ necessario scrivere una domanda,e alla domanda allegare il curriculum. A prescindere da quanto si è vissutoè bene che il curriculum sia breve. E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.Cambiare paesaggi in indirizzie malcerti ricordi in date fisse. Di tutti gli amori basta quello coniugale,e dei bambini solo quelli nati. Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.I viaggi solo se all’estero.L’appartenenza a un che, ma senza perché.Onorificenze senza motivazione. Scrivi come se non parlassi mai con te stessoe ti evitassi. Sorvola su cani, gatti e uccelli,cianfrusaglie del passato, amici e sogni. Meglio il prezzo che il valoree il titolo che il contenuto.Meglio il numero di scarpa, che non dove vacolui per cui ti scambiano.Aggiungi una foto con l’orecchio in vista. E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.Cosa si sente?Il fragore delle macchine che tritano la carta.

  2. Lei è fantastica. L’ho scoperta da poco e soffro del non poterla leggere in lingua originale ma la somma di donna, poesia e ironia è invidiabile..!

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