amicizia, passato, rancore


Rincasando, ho camminato con gli occhi chiusi.

Era un gioco che
facevo quando ero bambina,
per vedere quanto la paura degli spazi
ignoti mi facesse rallentare il passo
. Di tanto in tanto riaprivo gli
occhi, mi assicuravo della presenza di un mondo reale e ripartivo con
passo spedito. Dopo qualche passo tornavo fobica. Dove sto andando. E
se qualcuno mi guarda. Magari ride pure. Stupida Vale stupida.

Eppure li richiudevo sempre.

Mentre
camminavo lenta con gli occhi chiusi a lato della strada, con le
macchine che passavano insultando la pioggia e gli ultimi rimasugli di
neve, la giornata di oggi si componeva e
scomponeva davanti a me.
Volendo scegliere un tema di questa giornata, forse sceglierei
amicizia, passato, rancore.


Sto leggendo un libro, LE BRACI di Sàndor Màrai.
Me l’ha consigliato uno sconosciuto, mentre con malcelato disagio cercavo la prossima vittima su una bancarella. "Questo dovrebbe piacerti", ha scandito la voce di un deus ex machina riassorbito presto dalla folla.
Questo era "Le braci", appunto.
Ho sempre pensato che le cose ci trovano nel momento in cui siamo pronti ad accoglierle, solo in quel momento. Noi capiamo di volerle cercare e loro, che da tempo ormai ci giravano attorno, fingono di essere capitate lì per caso.
In questo momento cercavo "Le braci".
Un libro sull’amicizia e sulla sua macilenza, sul possesso e l’affetto disinteressato, su cosa dire e non dire.

Dire. Non dire. Dire. Non dire.
Cercare parole perfette che non esisteranno mai, passare anni plasmando discorsi impeccabili, ragionando nella tua testa su rancori mai chiariti.
Succedeva nel libro, ma succedeva anche FUORI.

(Il doppio segreto, Magritte)


Ti ho rivista, qualche giorno fa.
Qualche minuto, ma basta poco tempo per penetrare a fondo negli strati di giustificazioni che mi dò.
Non so da quanto tempo non ti vedevo, mesi comunque. E so che per l’ennesima volta ti ho cercato io, per le solite maledette domande a cui non rispondi.

"Non vuole normalizzare i rapporti, smettila," mi dicono. "Preferisce continuare a rinfacciare l’assenza di ieri…"

Dovrei, lo so, dovrei lasciarti andare. Lasciare andare te, un passato che non ci appartiene più e le accuse che con lo sguardo mi muovi ogni volta.
L’accusa di non essere stata lì paziente a vederti sbranare te e me stessa.
Dovrei lasciarti andare, non accampare scuse come "Ci vediamo per scambiarci gli auguri di Natale".
Perché non sei tu quella che cerca l’altra, ed è un messaggio poco subliminale.
Dovrei accettare che tu continui a credere più alla persona irreale che hai costruito nella tua testa che alla persona reale che hai davanti, e che io non sono obbligata, non posso, non devo voler aiutarti.

L’amicizia può morire. E morire lasciando milioni di questioni irrisolte.
Nel momento in cui ogni parte reazionaria della mia anima l’avrà accettato, forse sarò un po’ più ADULTA.

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