BOSNIA. 2 ANNI DOPO

Ho scelto una bella età per diventare nonna.

23 anni.

Nonna senza figli e tantomeno nipoti, nonna nella gioia del racconto.
A 23 anni ho scoperto che vivo per raccontare. E se dovessi spiegare il senso della mia vita, ora come ora, nell’impertinente acerbo del mio quarto abbondante di secolo, ripeterei questo : io vivo per raccontare.
Non ho esperienze straordinarie che la gente possa invidiarmi, non salverò il mondo e non verrò neanche fotografata con un’autostrada di coca davanti, credo.
Ho solo un mondo di parole dentro che tracimano continuamente dalle mie dita.  E voglia di raccontare mondi che altri non conoscono.

BOSNIA. STORIA DI UN RITORNO.

Lei lo sapeva, e lo sapevo anch’io, che avevamo un conto in sospeso.
Ma tornare vuol dire ammettere che le esperienze sono perfettibili e anche noi. E’ più facile a volte tenere negli occhi una cartolina che confrontarsi di nuovo con un luogo reale.
Ci ho messo quasi due anni a tornare in Bosnia, a sentirmi pronta per riaffrontare quegli spazi emotivi lacerati e laceranti. I tappi di paure con cui mi tenevo a debita distanza hanno ceduto al richiamo di un paese che risuona dentro di me.
Amo la Bosnia, e so che per qualcuno è incomprensibile. Come amare un campo minato, come amare una terra da cui gli stessi bosniaci scappano, come amare un paese senza uomini adulti e senza pace.
Ma chi c’è stato anche solo una volta lo sa, cos’è il mal di Bosnia.
Devo tornare in Bosnia perché riesci sempre a rimuovere la bellezza del cielo sopra Gornja con le stelle cadenti, devo tornare in Bosnia per vedere quanto crescono i bambini e stupirmi se qualcuno si ricorda il mio nome, devo tornarci per confrontarmi con un tempo diverso, con i miei limiti, devo tornarci per ricordarmi che se fossi un tour operator io la gente la manderei in Bosnia. Perchè sappia che questo paese non è stato seppellito dalla guerra in ex Jugoslavia.
Devo tornarci anche per tenere a mente le cose della Bosnia che mi fanno paura: i ragazzi che da grandi vogliono fare i camionisti per andarsene, l’alcool e il dolore delle cose che non cambiano, i danni causati dal nostro assistenzialismo, la diffidenza tra persone che hanno visto la guerra da parti diverse di uno stesso sanguinante paese.


Torno per le persone che vedo crescere e fare scelte, e per i cocciuti progetti dei comitati.

A settembre tornerò per la maratona, per tenere vivo un filo di passi che per un giorno tiene legati villaggi serbi e villaggi musulmani.
Poi tornerò per controllare se il monumento ai caduti di Gornja procede, e se i soldi per l’acqua della scuola sono arrivati. E tornerò per la Dom Kultury, e per vedere concluso l’acquedotto.
E per il primo giorno di scuola di Sabina.


E l’apparecchio in bocca ad un bimbo che ancora non conosco.

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