Seymour Hersh: “ La libertà di stampa è finita, oggi si baratta l’onestà per la vicinanza al potere”

Seymour Hersh, nato a Chicago nel 1937, è giornalista investigativo del settimanale Usa «The New Yorker» dove si occupa di temi geopolitici e di sicurezza. In precedenza è stato una delle firme di punta del «New York Times». L’inchiesta che lo ha reso famoso è la notizia del massacro di MyLai durante la guerra in Vietnam. Era il 1969: una brigata di soldati Usa aveva ucciso circa 550 civili vietnamiti. Per questo scoop ricevette il premio Pulitzer nel ‘70. È autore di altre rivelazioni clamorose e retroscena sull’establishment politico-militare del suo Paese.

Non vuole applausi, non prende fiato, non fa conferenze. Parla di filato per oltre un’ora davanti alla platea di studenti ora divertiti ora agghiacciati, Seymour Hersh 72 anni l’8 aprile. Firma del «New Yorker» e prima del «NewYork Times», vincitore del Pulitzer per lo scoop sulla strage di My-Lai in Vietnam, autore cinque anni fa dell’inchiesta che rivelò le torture americane nel carcere iracheno di Abu Ghraib. Parla della madre di un veterano paralizzato, precocemente invecchiata e incontrata in una fattoria dell’Indiana, che ripeteva: «Gli ho dato un bravo ragazzo, mi hanno restituito un assassino».

Della ragazza della Virginia bella e innamorata, riservista dell’esercito per soldi quando l’Iraq era solo un puntino all’orizzonte, che finì ad Abu Ghraib, tornò in anticipo, divorziò, fuggì dalla famiglia. La madre scaricò i file dal suo computer: «Trovò la famosa foto del prigioniero nudo con i due cani neri accanto. E la sequenza successiva, in cui si vede che i cani morsero e il sangue era dappertutto. E sua figlia, di ritorno da tutto quello, si era coperta il corpo di tatuaggi neri e blu, dalle dita dei piedi al collo, come se cercasse di cambiare pelle».

Parla, Hersh, della morale di guerra: «Ci chiediamo sempre come si esce dall’Iraq, non ci chiediamo mai cosa dobbiamo agli iracheni. Quale sarà oggi lo stato d’animo di quel bimbo di tre anni scappato nella notte dopo aver visto massacrare i genitori?». Parla di soldati ignoranti, ubriachi e drogati, e della guerra stessa dove non si impara mai dal passato e, alla fine di tutto, nessuno è migliore degli altri.

Seymour Hersh è un uomo alto e dinoccolato, dall’aria giovanile e lo sguardo indagatore dietro gli occhiali, modi spicci ma affabile e disponibile. Non possiede biglietto da visita, cosa che lo distingue dalla quasi totalità dei suoi connazionali. Smaltito il jet lag, siede in un salottino dell’albergo di Perugia dove è stato ospite del Festival del Giornalismo Internazionale, in pantaloni di tela kaki e pullover blu, con le scarpe da ginnastica bianche appoggiate sul tavolinetto.


La stampa tradizionale è in crisi. Si sente una mosca bianca?

«Io ho adottato un criterio chiaro e trasparente. Pretendo che i politici rispettino gli stessi standard di integrità che richiedo ai miei familiari. I miei amici dicono che quelli come me sono un vaccino per la stampa tradizionale. Un palliativo. Il nome del gioco, ormai, è: accesso a un politico, vicinanza al potere. E per la vicinanza si baratta l’onestà. I media sono vecchi, hanno perso credibilità e rispetto, non fanno il loro lavoro di informare i cittadini. Tante storie interessanti non vengono pubblicate. È successo di recente anche a un mio amico».


Ha ragione chi dice che il futuro dell’informazione è digitale, interattivo, online, su Facebook, nei blog: ovunque tranne che nella carta stampata?

«Di sicuro c’è un problema di comunicazione. Non penso che alla fine i giornali chiuderanno, e se chiuderanno ne apriranno altri. Io leggo le notizie sul web ma poi ho bisogno di prendere in mano la carta stampata, però per le nuove generazioni non è così. I blog mi terrorizzano ma, certo, anche io a volte penso di lasciar perdere tutto e aprirne uno. La cassa di risonanza che si ha su Internet è incredibile».


Molti ragazzi, qui a Perugia, si sono lamentati che l’informazione ignora le tragedie dell’umanità come guerre, disuguaglianze, carestia, povertà, a favore di gossip e clientelismi. E i fotografi sostengono che nei settimanali sono bandite le storie tristi.

«Ho letto l’Herald Tribune, dove il G20 sembrava meraviglioso. Quattro foto di Michelle, che, sia chiaro, mi piace: ma sta vincendo alla grande. Poi si parlava di dimostranti, ragazzi violenti, problemi e guai. Senza mai spiegare le ragioni di quella protesta né parlare del Fmi che taglia i servizi sociali e favorisce le privatizzazioni. E alla fine Obama, nonostante il glamour, non ha ottenuto molto dal vertice».


Lei è stato un fiero critico dell’amministrazione Bush. Cosa è cambiato con Obama alla Casa Bianca?

«Bush credeva nelle parole magiche: diceva "noi non torturiamo" come se così non succedesse. Invece abbiamo sostituito Saddam come torturatori: non è una bella posizione. Non mi interessano i processi, ma Bush e Cheney non avranno mai il coraggio di viaggiare in Europa per paura di fare la fine di Pinochet (arrestato a Londra per crimini contro l’umanità, ndr). Questo per me è abbastanza. Quanto a Obama, l’ho votato. Ma il nostro compito non è essere innamorati, è fare le pulci.
Chiedere conto al potere. Ricordarsi che qualsiasi Amministrazione ama soltanto la stampa che può usare. Invece non sento abbastanza critiche al piano di Obama per l’Afghanistan».


Cosa dovrebbe fare che non fa?

«Dialogare con tutti. Negoziare a tutto campo. Cambiare visione. Più combattiamo i Talebani più li creiamo. Se i soldati rubano e stuprano nelle case, il capofamiglia di fronte agli anziani del villaggio non ha scelta: o fugge, lasciando tutto ciò che ha, o uccide gli americani. Non è un problema facile da risolvere, lo so, ma bisogna tentare».


Quanto durerà, secondo lei, la luna di miele della stampa americana con il nuovo presidente?

«Ai tempi del Watergate, quando io ero al "New York Times", potevo scrivere qualsiasi cosa. C’era una concorrenza incredibile tra i grandi giornali, noi con il "Washington Post" e l’"Associated Press", e una grande libertà di stampa. Non è più così, i giornali sono diventati conservatori, fanno un prodotto scadente, perdono soldi e diventano nervosi. E i giornalisti si adeguano: abbiamo deluso la gente. Anche a questo Festival, non ho praticamente visto inviati della stampa nazionale italiana. Dove sono? Perché non vengono? Non considerano questo evento rilevante perché lontano dal potere? Che errore».


Dopo questa analisi, cosa consiglierebbe di fare a un giovane aspirante cronista?

«Non certo di intraprendere la carriera in un giornale. I ragazzi hanno volontà e voglia di andarsene in giro per il mondo con una telecamera in mano. Vogliono cambiare le cose, non diventare corrispondenti o direttori. E’ una posizione che rispetto. Io come giovane reporter sono stato molto fortunato: sono cresciuto a Chicago occupandomi di indagini di polizia».


Qual è il suo prossimo progetto?

«Un libro sul perché la Costituzione americana, dopo l’11 Settembre, si è rivelata così debole e fragile. Noi critichiamo i diritti umani in altre parti del mondo, invece dovremmo chiederci che significa oggi essere musulmani negli Usa. Siamo un paese di grandi opportunità per tutti: bianchi, neri, gialli. Tranne che per i musulmani».


Si chiede mai, quando è stanco o scoraggiato, se vale la pena?

«I giornalisti possono cambiare le cose. E’ il loro potenziale. Qualcosa come denunciare la corruzione in Egitto è molto pericoloso, si rischia la galera, ma funziona. Ecco perché la stampa tradizionale è perdente: ha perso la via. Ed ecco perché è importante ritrovarla».

Federica Fantozzi, l’Unità, 6.04.2009

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...