vagheggiamento spazio-temporale

E’ successo di nuovo

“Se non sei a posto con gli spazi interni non lo sei nemmeno con quelli esterni.”


Ieri lo spazio mi si è rivolto contro.

O forse ho proiettato la mia agitazione interna sullo spazio circostante e l’ho deformato.

Ho spostato l’autobus 15 dietro al 20, e mi sono fatta salire sull’autobus sbagliato.

E ho ridisposto la realtà lungo il filo di Metropoli e dell’immigrazione.

La nenia dei movimenti ondulatori dell’autobus mi ha tessuto attorno una sonnolenza fitta, attraverso cui filtravano immagini di semi-incoscienza.


Il cartello di Via Pisa. Articolo di domenica 5 aprile.

Mi sono voltata da entrambi i lati, cercando la sagoma del famoso grattacielo.

Chissà se G e M sono al lavoro in questo momento.

Annodo il filo dei pensieri a via Pisa, ma il bus prosegue la sua corsa e il filo si spezza, lasciandomi davanti al cavalcavia che porta verso lo Stadio e la Caritas.
Articolo di domenica 22 marzo.

Qualcosa nel percorso dell’autobus non mi torna, ma forse è il fascino del viaggio mentale che si va creando a tenermi tacitamente attaccata al sedile, nel mio sonno carezzevole.

Silea, Olmi.

Mi scuoto e capisco che c’è chi mi aspetta al lavoro.


Scendo dal bus, attraverso la strada, prendo una nuova corriera verso Treviso.

Appare d’improvviso il nemico giurato di ogni vagheggiamento romantico su mezzo pubblico: il controllore.

Non ho niente di personale contro i controllo ma ci sono due cose che mi frustrano qualsiasi approccio empatico. Il fatto che ti sveglino quando dormi e l’innegabile razzismo di diversi di loro.

Per il resto non ho problemi.

Questa volta sì, avevo un biglietto nella direzione giusta ma del mezzo sbagliato (treno) e obliterato alle 735.
Amen.

Mostro quello e dico che sono dovuta scendere dal treno e ho continuato in bus.

Riassunto funzionale.

È come dire “c’era una volta Biancaneve e vissero felici e contenti”, saltando la strega, i sette nani, l’avvelenamento.

Diciamo che ho omesso passaggi che non ho ritenuto pertinenti.

Ma lui non aveva tempo per le storie dettagliate, e gli è andato bene.

Di nuovo ero in stazione delle corriere a Treviso, e sembrava già un giorno diverso.

Un giorno qualsiasi, in cui stavo andando al lavoro.

Solo gli orologi della stazione insinuavano che l’orario era alquanto strano…

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