indefinitezza della laurea in lingue


 
Non è vero che quando ti laurei in Lingue poi non trovi lavoro.
Sono malignità messe in giro per diffamarci. Di commerciale estero ce n’è un sacco in giro.
Il problema è un altro: non ci preparano al mondo.
E non preparano il mondo a noi.

Io sono laureata in un’interfacoltà tra Lingue Straniere e Scienze Politiche. Lingue straniere per la comunicazione internazionale.
Non è un titolo, è un’endiadi.
Una pomposa accozzaglia di parole infiocchettate per dire Lingue.
Perchè, del resto, a che cosa servono le lingue? A comunicare. Con chi comunico in una lingua straniera? Con qualcuno che non parla la mia lingua.
Limpido.

Dalla pagina web sul mio corso di laurea, un po’ in ritardo, scopro che dovrei essere " una figura professionale in possesso delle competenze linguistiche, economiche, giuridiche, sociologiche e culturali necessarie a svolgere una funzione interlinguistica".

Dovrei essere quindi un uomo nuovo della laurea in Lingue, un over-sapiens linguistico che chatta gioca in borsa si appassiona dei processi in televisione.

Ora, noi Linguistici (abitanti di Lingue) veniamo pascolati per anni nei prati erbosi della letteratura, ci ubriachiamo di studio della lingua, scopriamo come la nostra cultura sia passibile di confonto e di critica. Certo, l’economia, certo, il diritto, traduciamo testi economici e articoli di giornali, ma non osano mai tagliarci le gambe con quello che verrà dopo.

Poi usciamo, spesso e volentieri con voti alti.
I primi giorni dopo la laurea sono una sbronza di istinti iperattivi.
Al motto di "ghe pense mi" si organizzano mare con gli amici, cene dell’asilo, pizze delle medie, serate mondane con i vicini di casa, si va a tutti i concerti nel raggio di 100 km (di più no, che altrimenti si spreca tempo!), si parte per un viaggio.

Poi arriva il mondo del lavoro.
Agenzie interinali reali e internet, bandi, informagiovani, motori di ricerca.
Ci vengono proposti stage, volontariato internazionale o tanto tanto tanto commerciale estero.
Da Dostojevskij alle forniture di merce, dalle conversazioni piacevoli in lingua sul più e sul meno ai termini tecnici dei settori produttivi.
Certo, qualche alternativa c’è, se si vuole rimanere minimamente coerenti con il titolo di studio…
Insegnante di lingua. Hostess o steward. Lavorare nel turismo. Traduttore se hai un mazzo così

Oppure cercare di farsi un percorso specializzante e incrociare un po’ le dita, come in tutto. Ma con il fatto che in effetti ci manca qualche competenza tecnica in più. Ed è per questo che il mondo si aspetta cose strane da noi. Buona parte degli annunci chiedono che tu abbia fatto almeno 1 anno di commerciale estero, o che sia laureata in lingue e qualcos’altro. Russo e botanica, francese ma con conoscenze di nanotecnologie, islandese e ingegneria nucleare.
BEH, certo.
Del resto gli ingegneri fanno Ingegneria, gli economisti fanno Economia, ma il fatto che uno possa davvero far solo lingue suona strano.
Ora, io rifarei il mio percorso.Non mi ritengo affatto pentita della scelta fatta. Ma voglio segnalare una cosa. Una laurea in lingue ha un potenziale incredibile dato dal suo campo di applicazione. Il fatto di accedere ad altre lingue permette di diffondere materiale non accessibile ai più, permette di mettere in relazione due enti, aziende, persone. Lingue è una laurea applicabile all’economia, alla comunicazione, al diritto, alle scienze, all’integrazione sociale. A qualsiasi campo. L’università sembra la prima a non credere in questo potenziale. Abbiamo bisogno di un percorso professionalizzante già all’interno dell’università. Rendere obbligatorio uno stage. Creare dei curricula ben pensati. Fateci entrare nel mondo lavorativo con le spalle un po’ più larghe, per favore.

 

2 pensieri su “indefinitezza della laurea in lingue

  1. uuuh che parole applicabili anche in tanti altri campi, scelte di vita, parvenze-di-un-futuro-nel-mondo-del-lavoro… le spalle larghe vengono nuotando altrochée io faccio pilates poi

  2. Mh. Il problema di lingue è che manca la figura professionale di riferimento, meglio, ce ne sono troppe e ci lasciano nella no man’s land desertica e da lì fattacci nostri. Comunque io nuoto, però col fatto che non ci preparano siamo più inclini a perdere tempo per professionalizzarci oppure ad essere abbondantemente sfruttate!

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